Assenza – Maurizio Mari

Mi sveglio all’improvviso e penso che non sono andato a trovare mia nonna.
Me lo avevano fatto promettere attraverso la porta chiusa: ho aspettato troppo.
Il suo abbraccio, il profumo e quella pelle da eterna bambina sono le uniche cose che mi mancano.
– Alla fine è morta – ha detto mia madre, e le sue parole urlate si sono spente dentro di me.
Ho visto attraverso il computer che il giorno del funerale faceva freddo, uno dei tanti giorni di un inverno teso contro la primavera impaziente.
Mia nonna lavorava i maglioni di lana: ne ho tanti nell’armadio e forse un giorno tornerò a indossarne uno.
Lei era la sua casa in campagna, il pavimento sconnesso, la stufa economica, l’odore della legna e del cane. E i suoi maglioni.
L’ultimo inverno che ho dormito in quella casa la vedevo attraversare la mia stanza, silenziosa nella notte, diretta in cucina, e la sentivo accostare piano la porta. Ho sempre avuto paura del buio, e quel filo luminoso che si accendeva flebile mi tranquillizzava; le palpebre cedevano, oscuravano gli occhi e mi impedivano di vederla rientrare: a volte penso che non dormisse mai.
Io, come lei, ora resto sveglio. La notte è una convenzione.
Dal mio mondo sento abbassarsi i rumori e ogni cosa diventa morbida: i piedi senza scarpe rendono i passi ovattati, i metalli non stridono e i miei genitori parlano piano, con una tenerezza che di giorno gli è estranea.
Viviamo in un condominio, appena fuori dal centro.
Centoventicinque passi separano il portone d’ingresso dalla mia camera. L’ultima volta li ho contati uno a uno, inchiodati a una sequenza irripetibile e finale; centoventicinque passi, misurati con i miei piedi di diciassettenne e le scarpe da ginnastica.
Prima di chiudere la porta della camera, il mio cervello ha memorizzato dettagli fastidiosi: una brutta bomboniera di peltro in salotto, un quadro stucchevole e il colore marroncino del divano. La mente invece ha selezionato le cose belle e le ha lasciate fuori, espulse del mio orizzonte, confinate in un oblio dal quale non chiedono di essere ricordate.
Quella sera l’orologio a muro segnava le otto, avevo appena finito di mangiare una minestra di verdura. Mia madre, sempre preoccupata per il mio poco sonno, si è meravigliata che volessi andare a dormire e mi ha chiesto perché: non mi sono neppure voltato.
Ho chiuso la porta della mia stanza e non ne sono uscito più.
Ho smesso di andare a scuola, di giocare a calcio, di prepararmi per il sabato sera.
I primi giorni mi sono aggrappato alla finzione di una malattia, il corpo si è allentato e, come un complice, ha accettato di cedere a un malessere, di abbandonare la durezza necessaria per vivere.
Mio padre si è avvicinato al letto, dopo colazione.

– Misurati la febbre, non stai bene – mi ha detto.

Giorni di domande, medici, pillole, psicologi, la professoressa di italiano e la mia squadra venuti in soccorso. Qualcuno mi ha pregato, altri mi hanno minacciato.
Io sono rimasto disteso e tutto è scivolato via.
Nelle settimane seguenti la pelle si è assottigliata, disabituata alla luce; la barba si è rivelata ispida: lunghi peli si accumulano sul viso e io li taglio, con perizia, in attesa che ne crescano di nuovi.
Le mie giornate sono diventate silenziose: il tempo, compresso nella mia stanza, si è allargato fino a perdere ogni forma.
Vivo da solo dietro una porta chiusa.
Quando la casa è vuota, esco per lavarmi; rimango immobile nella vasca da bagno piena e calda, un liquido amniotico nel quale mi immergo, e allora sento suonare i cristalli.
Mi asciugo lentamente, mi pettino. Lo specchio racconta cosa sto diventando e se mi volto, d’improvviso sembra che la stanza sia occupata da un gigante pallido.
Faccio colazione e rientro in camera.
Mi siedo al computer e mi masturbo, leggo quando ne ho voglia, mi abbandono e in questo modo vivo.
Guardo il mondo attraverso una piccola finestra luminosa. Le immagini elettroniche depurano i corpi, attutiscono il dolore.
Molti credono di vivere. Scendendo da un autobus diretti al lavoro, uomini frettolosi si illudono di osservare ciò che popola il loro orizzonte: ne fanno solo parte, e sfuggono ad altri occhi, anch’essi ugualmente distratti.
Giorni fa mio padre mi ha incontrato nel corridoio e schiaffeggiato. Io sono rimasto immobile. La pelle si è arrossata mentre lui continuava a urlare contro di me:

– Non posso credere che tu stia buttando via la tua vita. Ma non hai voglia di scopare?

– Possiedo centinaia di corpi bellissimi che si ricompongono fantasiosi nella mia mente – ho replicato, e in quel momento è partita la sua mano e il pianto di mia madre.

Di notte chatto. Ho amici in ogni parte del mondo. Non ho voglia di incontrarli, sappiamo già molto di noi.
Forse una mattina scoprirò di avere semplicemente voglia di volare.
Uscirò dalla stanza e ripercorrerò i miei passi fino alla strada. Il sole mi colpirà piano. E allora allargherò le braccia e mi solleverò in aria fino a scorgere dall’alto la mia stanza, i miei oggetti, il tavolo, il computer e quella porta ormai aperta.