Le nostre Rubriche


(Elenco in ordine alfabetico)

Animali fantastici e come drogarli - Filippo Romei

Sei famosi personaggi per sei numeri, che discuteranno della loro vita, delle loro opere e, soprattutto, delle tremende dipendenze delle quali sono stati vittime. Non ci sono nomi, poiché questo sarà un gioco che coinvolgerà la sensibilità e l’acutezza del lettore: il primo che riuscirà a indovinare l’identità del protagonista, e che lo comunicherà all’indirizzo email direzione.afw@gmail.com, vincerà un “giro” di bevute offerto dalla redazione. All’ora e nel luogo che più gli aggrada.

Filippo Romei

Dida - Agnese Morganti

Questa rubrica nasce con uno scopo ben preciso: rendere giustizia a quelle famose mille parole che secondo la maggior parte del genere umano non valgono mai tanto quanto una fotografia.

Agnese Morganti

In fuga dalla bocciofila - Redazione della rivista online

In fuga dalla bocciofila è un collettivo fiorentino che si occupa di cinema e narrazioni. Accaniti fumatori full time, nel tempo libero proiettano film in libreria, leggono racconti nei bar, compongono haiku e scrivono su www.infugadallabocciofila.it. Da oggi li trovate anche sulle nostre pagine.

In fuga dalla bocciofila
Visita il sito: www.infugadallabocciofila.it

Memorie da un futuro prossimo venturo - Sergio Resti

Un baule abbandonato in uno scantinato. Centinaia di supporti ma- gnetici di tipo sconosciuto. Centinaia di voci che raccontano pezzi della propria vita in una città che ancora nessuno ha visto.

Sergio Resti

Memorie dal sottofondo - Mara Abbafati

Questa non è una rubrica. Le parti più belle della vita sono quelle in cui i film e la musica si allineano e si insinuano nella trama dell’esistenza stessa. Queste sono le cronache di tali allineamenti.

Mara Abbafati

Note a margine - Elettra Gallorini

Vorrei che queste righe si potessero leggere collegate tra loro, aventi come filo conduttore frasi di canzoni contenute in album di artisti che amo. Prendendo in prestito le loro parole, ho preso anche le emozioni che racchiudono, facendole mie. È così che nascono questi racconti di- versi: da un’intuizione che ha urgenza di uscire, dal seguirne le tracce. Può esistere una rubrica musicale in cui le “note” sono a margine?
La risposta è sì.

Elettra Gallorini

Personaggi presuntuosi - Federico Bonato

Non ci sono leggi applicabili alla natura antropica. L’essere umano non ha limiti, è un’espressione infinita, non potrà mai essere rinchiuso in un concetto. Tuttavia, la storia ha collezionato personaggi che io tendo a etichettare come presuntuosi. Un aggettivo che normalmente allontanerebbe i più interessati all’argomento: i moralisti, i veri protagonisti di questa rubrica. Laddove ci fosse da delineare un giusto comportamento, una chiara visione del mondo, loro erano in prima linea con un fare presuntuoso, saccente; fastidiosi e senza tempo, nel dire agli altri come muoversi in questa vita. Perciò, l’aggettivo diviene un valore aggiunto in una rubrica di aforismi che nasce dall’idea un po’ banale di insegnare il mestiere di vivere, per citare Cesare Pavese, di cui non mancheranno le celebri frasi.

  • Leggi il 2° episodio della rubrica inserito nel numero “Una stagione all’inferno” della rivista.

Federico Bonato

Qui ci troverai ladri assassini e tipi strani - Fausto Bagattini

Dopo due libri sui portieri e uno sui ciclisti sono stato contattato dai loschi tipi di A Few Words, che mi hanno chiesto di tenere una rubrica. Dopo una lunga ed estenuante trattativa – durata cinque interminabili minuti – ho accettato di buon grado, ponendo tre condizioni: basta sport, carta bianca da un punto di visto etico morale e totale copertura legale da parte dell’editore. Per il resto dice tutto il titolo, rubato al Sommo Poeta. In più ci trovate l’Ispettore Morucci con i suoi turpi casi. Buon divertimento.

  • Leggi il racconto inserito nel numero “Fiesta” della rivista.
Samar. Viaggio tra parole intraducibili - Nicola Della Pergola

C’è questa vecchia storiella che dice che gli eschimesi hanno 99 parole per dire neve. In realtà è una leggenda metropolitana ma è ormai così diffusa che viene accettata come vera. È bello pensare che qualcuno abbia (anzi: senta) la necessità di avere così tante parole per una cosa sola. Però esiste anche l’altra faccia della medaglia. Ci sono quelle piccole e grandi cose della vita che meriterebbero una parola che le descriva, che le evochi, un po’ come una formula magica. Parole che invece non esistono. Non in italiano almeno. In altre lingue sì. Parole lontane, intraducibili, per descrivere sensazioni comuni. Come Samar, che poi è il nome di questa rubrica e che indica, grosso modo, il “restare svegli sino a tardi, quando ormai il sole è tramontato da ore, nell’incanto del racconto, a danzare ininterrottamente con le parole”. Volete ballare con noi?

Nicola Della Pergola

The OU: observable universe - Michelangelo Focosi

Una rubrica dove si parlerà dei mondi, degli astri, degli organismi e delle leggi che li tengono insieme.

Michelangelo Focosi

“Forse te l’ho già chiesto”


Il romanzo a puntate di Ettore Bargellini

Uno. Metamorfosi di un impiegato

Quando eravamo ancora sufficientemente piccoli da non poter esercitare il diritto di replica mio padre ci portava alla Mazzanta. Una zona al limite del paludoso, approdo estivo per foltissime comunità di coatti e tedeschi coi sandali di gomma. Lui pensava che ci facesse piacere e forse per un po’ è stato davvero così. La Mazzanta era il compromesso tra un villaggio e un luna park, un teatro che sapeva accogliere tutti noi tra le luci iridescenti del calcinculo e la voce ammiccante di uno zingaro senza denti: ” Bimbo piangi che mamma te lo compra”.

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Due. L’ultimo androceo

L’intenzione era quella di non solcare più la soglia di una sala. Tra i tanti propositi di un approccio finalmente bilanciato all’esistenza, c’era quello di prendere le distanze dalle troppe suggestioni di un‘adolescenza che non sembrava finire mai. Il biliardo si era estinto da tempo assieme ad altre languide passioni che abbracciavano una discreta varietà di attività dissolute. In effetti, aver smesso di giocare, aveva significato anche abbandonare la sola possibilità di trascorrere un paio d’ore pacifiche con il mio vecchio. Sfidarci placava i nostri conflitti.

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Tre. A lezione dall’usuraio

Mi domandavo a chi lo avesse sottratto quel Rolex.
Le cose erano due: o quando lo aveva comprato stava attraversando un momento di grave obesità, oppure quell’orologio apparteneva a un uomo almeno il doppio di lui. A Renatino, con ogni evidenza, doveva piacere la sovrabbondante sensazione d’oro e diamanti ad appesantirgli il polso. Come in una specie di manierismo vanitoso, tintinnava il suo giocattolo prima di adagiare la mano rapace sul panno. Con questo vezzo, ogni suo tiro era introdotto da un tronfio luccicare, frutto dell’amplesso tra la fragile luce del biliardo e il suo sproporzionato monile. Contraccambiai il vantaggio lasciandogli l’acchito, non volevo avere troppi debiti con lui.

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Quattro. Il principe

Francesco, meglio noto come “il Principe”, avrebbe avuto le capacità per diventare un professionista.
Steccata pulita, sensibilità, impostazione raffinata, quella confidenza simbiotica col biliardo che porta il giocatore a sapere esattamente cosa è meglio fare e come eseguirlo.
“Il Principe” era difatti un soggetto dalla tracimante sicurezza in se stesso e, una volta detto questo, arriviamo all’essenza della sua monumentale personalità e dei suoi non trascurabili limiti.

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Cinque. A lettere cubitali

La mitologia di Montecatini narrava di una perduta ed elegante cittadina in stile liberty, luogo di culto per villeggianti facoltosi, puttanieri e vecchi artritici. Le prodigiose acque termali, assieme al lusso di alberghi e meretrici a cinque stelle, avevano attratto per decenni le sfere più dignitose di una società ormai scomparsa. In piccola parte la nostalgia di quel periodo rigoglioso sopravviveva ancora tra i brandelli di un turismo impoverito, ma comunque dedito agli stessi passatempi.

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Sei. Il disturbo amnesico secondo i Led Zeppelin

Fissare il vuoto di un ippodromo deserto non mi avrebbe consegnato alcun sollievo. Ne ero consapevole, ma una volta esaurite idee e forze mi ero semplicemente arenato lì. Senza alternative o soluzioni puntavo con ostinazione l’ovale della pista solo perché non era rimasto un posto migliore in cui guardare. Intanto, con le loro pettorine catarifrangenti, un implacabile manipolo di spazzini stava voracemente eliminando qualsiasi traccia del passaggio umano da quel luogo. Per assolvere a un compito così gravoso ci volevano coordinazione e spirito di squadra. Loro li avevano entrambi, si vedeva.

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Sette. Govinda

Govinda
Al mio arrivo non trovai alcuna scritta luminosa, soltanto un pesante cancello mangiato dalla ruggine. Non potevo essermi sbagliato, le indicazioni de “il Principe”, nonostante la voce che andava e veniva, erano state precise.
E poi c’era quel campanello così insolito.
Francesco si era raccomandato di parcheggiare lontano e arrivarci a piedi, passando per la pineta e percorrendo una strada in leggera salita.
Così, giunto sulla sommità di un poggetto, mi ero lasciato alle spalle le villette a schiera di un quartiere residenziale.

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Otto. Di sopra ci sono i cinesi

Finalmente Gala trovò l’interruttore liberando la stanza dall’oscurità. “Il Principe” sembrava agitato.
“Non ci sono mica cinesi là fuori?”.
“Tranquillo sono tutti di sopra”, rispose lei.
Parlavano sottovoce, immersi nel raggio verde delle luci calate sui tavoli. Non ne capivo bene la necessità, ma mi adeguai subito a quel sussurrare.
“Qualcuno mi dice cosa sta succedendo?”.

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Nove. Vukovar non è in Serbia

Chiunque mi avesse spogliato, aveva avuto la decenza di lasciarmi almeno le mutande. In un sontuoso stato confusionale giacevo su un letto che non era il mio. La sgradevole sensazione di non sapere dove fossi si sommava all’urgenza non più rinviabile di andare in bagno. Provai ad alzarmi, ma a quel punto l’universo intero cominciò a piegarsi di lato, facendomi precipitare, prima sul comodino, e poi a terra.

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Dieci. Gala

Mi ricordo i campi al di là del fiume, il solletico delle foglie sulle gambe e sulle braccia. Una foresta di girasoli e granturco. Con gli altri correvamo senza una direzione, finché il cuore non esplodeva in petto. Poi ci lasciavamo cadere senza forze, circondati dal verde e dal giallo. Le nuvole ci passavano sopra e Vukovar sembrava sparire. L’unico faro in quel mare era la nostra torre, un gigante di cemento e mattoni, più alto di ogni campanile o minareto. La sua presenza ci seguiva ovunque. Dopo novanta giorni d’assedio quella torre è ancora là. La più grande croce nel mio cimitero.

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Undici. Il signor Guarducci e il lupo cattivo

Quella notte il disegno spregioso di un inconscio volubile dette vita a sogni tormentati e dai significati sibillini.
La prima immagine a squarciare il velo mentale del sonno fu l’inconfondibile nota classica del suo dopobarba.
Una fragranza – come lui amava dire – ormai irreperibile sul mercato, residuo di una scorta salvata dalle angherie del tempo e dall’avvento di tutti quei miasmi che imperversavano sulla scena dell’eau de toilette.
Fu proprio lui a farmi notare come la maggior parte delle persone fosse completamente ignara di avvilire il proprio corpo con l’utilizzo scellerato di deodoranti dozzinali. «La gente puzza, e con quei profumi da morti di fame peggiora solo la situazione».
«Certo, lei ha pienamente ragione», gli rispondevo di solito.

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Dodici. Tatanka e Bengasina
Il parcheggio sotterraneo era quasi vuoto e l’uomo con camicia hawaiana e barboncino al guinzaglio doveva essere proprio lui.
L’unica risposta al nostro saluto fu uno svogliato cenno col capo.
Tutto intorno c’era afa, qualche macchina parcheggiata e lunghe file di carrelli agganciati assieme.
Da vicino il profilo poderoso e squadrato de “il Tommo” faceva pensare a un capo indiano in sovrappeso. Aveva pelle bruna e segnata da profonde pieghe, un naso da pugile incastonato in una espressione fissa e imperturbabile, ai confini del monolitico.

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Tredici. Statale S13

La strada per Piombino strisciava senza ostacoli tra le colline rotonde, un capolavoro della natura squarciato soltanto dal nostro passaggio. Su quella serpe d’asfalto levigato correvamo incupiti verso la costa. Accanto a me, posseduto da una forza logorroica senza argini, il mio compagno non si era ancora staccato dal telefono. Aveva praticamente trascorso l’intero viaggio in simbiosi col cellulare.

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Quattordici. Statale S13/2

“Questa macchina è un polmone d’acciaio sulle ruote, fermiamoci dal “passerotto”, ho bisogno di fare due passi”.
“Ai suoi ordini maestà”.
Accostammo nei pressi di un parcheggio ricavato su un lato della strada. Un camionista dal ventre esuberante condivideva con noi la luce al neon di un furgoncino carico di insaccati.
Dall’altra parte del bancone si ergeva Franchino, uomo corpulento e non proprio fedelissimo al concetto di igiene in materia agroalimentare.

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Quindici. Il lato scivoloso delle cose

A un certo punto quella cosa ti costringeva a guardarla, la fabbrica di acciaio non era un edificio o un luogo: era un’entità. Un gigante metallico che gettava la sua ombra fumosa su tutta Piombino. Qualche volta la sua sagoma spariva, coperta dai palazzi dei quartieri popolari o chiusa fuori dall’intrico dei vicoli stretti. Eppure continuavi a sentirla, nera e incandescente, era ovunque.

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Sedici. Una vocina all'orecchio

“Allora è tutto chiaro?”.
“Sì, sì, stai tranquillo. Lo smemorato è R. non io”.
“Dici? Sono 10 minuti che guardi nel vuoto come un ebete”.
“Non ti guardavo, ma ti ascoltavo. Ricapitolando: devo stare basso, sbagliare senza ferirmi troppo e ogni tanto cadere in qualche grossa bevuta”.
In effetti la strategia sembrava semplice: le prime partite le avremmo vinte di misura e giocando modestamente. Dovevamo dare l’impressione di essere un paio di sprovveduti più fortunati che abili.

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Diciassette. Di sicuro è la candela

Il suono accelerato dei nostri passi rimbalzava contro le mura sbiadite delle case. La presenza umana in quel vicolo deserto era testimoniata da poche luci ancora accese e da una donna in zoccoli e bigodini aggrappata alla ringhiera di un terrazzo. Si sporgeva allungando il collo, lasciando che la gravità richiamasse verso il basso un seno assai mobile e prospero. Sembrava cercare qualcosa. In effetti, pochi metri sotto di lei, si agitavano due ragazzi intenti a pomiciare con assoluto vigore.

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Diciotto. Una favola di quartiere

Sergino, se quell’anno non fosse segato ancora, avrebbe smesso di studiare. Tre anni di istituto professionale gli bastavano. Bastavano per iscriversi a quel corso di parrucchieri che facevano a Livorno. Così a parte la rivista ‘Scacchi Italia’, non avrebbe letto nient’altro. Anche perché alla scuola di Parrucchieri c’era solo pratica, niente teoria.

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