A lettere cubitali

La mitologia di Montecatini narrava di una perduta ed elegante cittadina in stile liberty, luogo di culto per villeggianti facoltosi, puttanieri e vecchi artritici. Le prodigiose acque termali, assieme al lusso di alberghi e meretrici a cinque stelle, avevano attratto per decenni le sfere più dignitose di una società ormai scomparsa. In piccola parte la nostalgia di quel periodo rigoglioso sopravviveva ancora tra i brandelli di un turismo impoverito, ma comunque dedito agli stessi passatempi. Così Montecatini sopravviveva, perché in fondo scommettere e scopare piace un po’ a chiunque e, nonostante tutto, trovare il riflesso di quel mondo dorato non era difficile. In particolare le decine di alberghi abbandonati o semivuoti testimoniavano con fierezza il tramonto di un’epoca, e giacevano come tanti Titanic sul fondo di un abisso buono soltanto per il sesso a pagamento, le scommesse e tutta una fioritura di locali notturni dove ci si dedicava candidamente a entrambe le attività. Si poteva apprezzare un piacevole retrogusto gentilizio nel consumare quelli che un tempo furono peccati riservati ai soli miliardari e che adesso venivano svenduti a ogni disperato con un portafogli in mano.
Nonostante la sua reputazione, avevo sempre avvertito per quel luogo un affetto sincero e, solo in parte, guastato da un pizzico di sdegno. In effetti con me Montecatini si era sempre mostrata con le lusinghe corrotte di una donna un po’ avanti con gli anni, ma ancora capace di farti divertire se la pagavi bene. Con lei, o su di lei, si erano celebrati molti dei miei riti di iniziazione verso un’adolescenza svergognata e clamorosa.
Così, spinto da un vento sabbioso e torrido, avevo perlustrato tutte le sale giochi che conoscevo, autentiche icone della nostra dissoluta primavera giovanile: la “Steccaccia”, il “Marameo”, lo “Spaccone”, persino il “Perdigiorno” realtà eternamente sospesa sull’impalpabile confine della legalità. Il proprietario, soggetto che per la consistenza vaga dei suoi progetti di vita si era guadagnato il nome di “Affondasugheri”, era considerato una delle personalità più autorevoli nel settore delle bische così come delle case circondariali. Fu quel pomeriggio che appresi la definitiva chiusura di quel santuario del vizio. Il “Perdigiorno” non esisteva più, al suo posto un più redditizio e al passo coi tempi “Compro Oro”.
“Peccato”, pensai.
Era lì che avevo ammirato per la prima volta un professionista del biliardo, un uomo tanto abile con la stecca quanto improbabile come persona. All’epoca lo chiamavano semplicemente “il Tommo”, poi, per via della sua mole e dei suoi modi non sempre discreti, si preferì rivolgersi a lui come “il Tatanka”.
È stato davanti a una scritta menzognera sul valore dell’oro che cominciai a interrogarmi seriamente sulla preoccupante piega che stava assumendo quella vicenda. Dove era mio padre? Dove cazzo andava un amnesico assieme a “il Principe”?
E soprattutto, perché sembravo più dispiaciuto per la morte di quel locale che per la scomparsa di R.?
Allo sgomento per l’ennesimo fallimento riportato nel gioco della caccia al padre, si aggiungeva un sincero e romantico dolore per la fine di quel posto e delle sue creature. In fondo me lo aspettavo di non trovarci nessuno, né “il Principe” né il suo ostaggio, però mi avrebbe fatto piacere farci un giro e tra quei tavoli scoprire l’immarcescibile “Affondasugheri”. Trovarlo ancora lì, come un vecchio pugile tumefatto ma ancora in piedi, a schivare i colpi bassi della legge e degli usurai. Mi meravigliava sentirmi addosso quel languore malinconico. Nonostante i buoni propositi e tutte le ricette per rigare dritto, come Pinocchio riconoscevo il richiamo ammaliante del paese dei balocchi. Avevo persino voglia di giocare.
Continuai a camminare senza meta, fino all’ingresso di una enorme struttura circolare, il monumento più antico e fedele alla natura di quella città. Le luci illuminavano ancora la pista bruna e gli spalti ormai deserti. Un tabellone mi rammentava che Katiuscia, si era imposta su “Stella della sera” e “Confettino nero”. Ultimo classificato, con ritardo indecente, lo scandaloso “Second son”.
Faceva un certo effetto pensare che tutto quel silenzio era il guscio vuoto di una folla ansimante, la stessa che ogni giorno tenta di scrutare il disegno del destino negli esiti incerti di una gara.
Un refolo caldo alzò da terra una nuvola di cartacce. Tante quante potevano essere le scommesse perse e subito dimenticate. In alto, enormi lettere rosse si imponevano dentro e fuori di me.
La scritta diceva: Benvenuti all’ippodromo.