A lezione dall’usuraio

Mi domandavo a chi lo avesse sottratto quel Rolex.
Le cose erano due: o quando lo aveva comprato stava attraversando un momento di grave obesità, oppure quell’orologio apparteneva a un uomo almeno il doppio di lui. A Renatino, con ogni evidenza, doveva piacere la sovrabbondante sensazione d’oro e diamanti ad appesantirgli il polso. Come in una specie di manierismo vanitoso, tintinnava il suo giocattolo prima di adagiare la mano rapace sul panno. Con questo vezzo, ogni suo tiro era introdotto da un tronfio luccicare, frutto dell’amplesso tra la fragile luce del biliardo e il suo sproporzionato monile. Contraccambiai il vantaggio lasciandogli l’acchito, non volevo avere troppi debiti con lui.
“Bello, codesto orologino…”
“È vero che te sei un giovane alla moda, ma non mi prendere troppo per il culo.”
“Ma no Renatino, dicevo sul serio, è davvero un bell’oggetto. Dovresti solo aggiustare il cinturino. Certe cose non le puoi cambiare come ti pare, in quei libroni che ti sei fatto comprare non lo hai letto?”
A quel punto mi fece omaggio dello sguardo più torvo del suo ventaglio espressivo, chiaro segnale di una decisa indisponibilità all’autoironia. Le gerarchie erano così stabilite: lui poteva parlare e, a suo piacimento, deridermi; io dovevo giocare e tacere.
Calò il silenzio, e ognuno si preparò al gioco.
Togliersi i quintali di ruggine accumulati durante quegli anni d’esilio era un’impresa sfiancante, mi sentivo in affanno, insicuro, nuovamente sopraffatto da quel mostro color ramarro. Mentre il mio vantaggio si consumava sotto i colpi misurati di Renatino, pensai a quanto sarebbe stato bello alzare gli occhi e, nell’ombra, riconoscere l’uomo che stavo inseguendo. Scoprirlo ancora lì, come tanti anni fa, concentrato proprio su di me. Ora li avrei osservati volentieri quei comandamenti da oracolo infallibile, mi sarei accorto dei suoi “no” appena accennati ad ogni scelta sbagliata, mi sarei fatto guidare e, contro l’avvocato, avrei vinto senza pietà.
Invece ero solo. Steso su un biliardo che sembrava una palude cercavo una direzione, un modo per riprendere forze e sensibilità, una strada per ricordare ancora.
“Così disonori il buon nome della tua famiglia, mio Dio, quel traversino veniva da solo. Adesso mi tocca farti del male.”
Optò per un violento rovescio a raddrizzare. Le biglie schioccarono con suono di frusta. Filotto e controllo assoluto. Renatino adesso sentiva l’odore del sangue. La sua vittima, quella figura agonizzante spiaggiata sul tavolo, ero io.
Ero io con qualcosa nella pancia che cominciava a muoversi lento, aveva il gusto della rabbia, dell’onta subita, di un’antica ferita riaperta, la sentivo spingere dal basso, ma non avevo il coraggio di dargli un nome.
“Allora, fammi capire, siccome in una tasca dei pantaloni del tu babbo c’hai trovato un foglio con una specie di lista della spesa, hai pensato bene di venire da me!”
“Diciamo che il passo: ‘Pagare Renatino’ mi è sembrato piuttosto chiaro.”
“Ma senti come è furbo il dottorino…”
“Certo il tu babbo c’ha proprio ragione, più cresci e più diventi presuntuoso.”
“Come dici?” “Dico che quell’omo lo trattate come un bambino, e questa sala è diventata l’unico posto dove può rilassarsi un po’ e ricordarsi quanto vale.”
“Renato, io non ti capisco, mio padre è un uomo malato, se sai qualcosa dimmelo subito così diamo un senso a questa partita di merda.”
“Lo vedi è proprio codesto il problema, per voi non è altro che un malato.”
Dovevo accettarlo; sebbene l’usuraio non parlasse dal pulpito più immacolato, non era soltanto il suo gioco a ferire la mia dignità. Insomma, ero venuto con la mia bella missione da figliol prodigo e cosa avevo trovato? Uno tra i soggetti più biechi dell’intera provincia, senza dubbio un giocatore più forte di me a dispensare giudizi e a tracciare nuove prospettive di rapporto. Soprattutto c’era un uomo che ultimamente sembrava parlare con mio padre più di quanto non facessi io. Questo, per quanto mi costasse ammetterlo, era vero, probabilmente lo era da anni; così me ne stavo lì, col mio gioco inconcludente e opaco, a sorbirmi lezioni sportive e di vita da Renatino.
“Comunque i soldi che mi doveva il tu babbo erano si e no dieci euro. Io non li rivolevo, ma lui ha insistito.”
“Dieci euro, così poco?”
“Potrebbero bastare… per comprare un biglietto del treno.” sogghignò.
“Un treno per dove?”
“Te voi sapere troppe cose, invece alle volte basta così poco…”
Renatino, detto “l’Avvocato”, detto “Centomila”, a questo punto detto anche “il Profeta”, si curvò sul tavolo e accompagnò la sfera con gesto morbido e contenuto. La sua biglia sfiorò la mia, prima di spengersi al ridosso del pallino, baciandolo.
“Pallino di quattro e partita, sei peggiorato in molti sensi amico mio.”
Osservavo disgustato il punteggio finale realizzando che, con ogni evidenza, doveva essere una maledizione quella che continuava a farmi approdare al tavolo verde. Dopo avermi dimostrato quanto lo avessi trascurato, il basilisco non si era risparmiato la sua sentenza più amara: da mio padre non ero mai stato così lontano.
Pagai il tavolo e mi avviai all’uscita.
“Fossi in te codesto fogliettino lo leggerei meglio.”
“Mi è sfuggito qualcosa per caso?”
“Si, ti è sfuggito che con un biglietto da dieci euro tanto lontano non si può andare e tra codesti geroglifici c’è anche scritto Serravalle.”
“Grazie Renato ci farò un salto.”
“Ah moro, lo vuoi sapere perché non cambio orologio?”
“Visto che ci siamo…”
“Era di mio padre.”

I fuochi di San Ludovico.

A Serravalle si stava concludendo la festa del patrono, tale Ludovico D’Angiò, soggetto che secondo un credo ancestrale si sarebbe disfatto delle sue straripanti fortune per approdare proprio in questo borgo sperduto. Poi, brandendo una spada fiammeggiante, avrebbe posto fine alle tribolate ostilità tra guelfi e ghibellini. A cose normali le mura della rocca medioevale facevano da cornice ad un tenace e sparuto gruppo di persone sopravvissuto alla noia soltanto grazie al bere, ma quella sera era il 19 agosto e dappertutto si riversava una tribù festante con tutta la sua mole. Mio padre da quelle parti c’era nato e, per un lungo periodo, passare il fine settimana lì, significava tornare dalla propria gente. A quel luogo mi legava una sintonia sommersa, qualcosa di armonico e imperfetto che, nonostante i suoi contrasti, dentro di me suonava dolce. Questo il repertorio sociologico del posto: un prete, due carabinieri, la casa del popolo, uno scemo con dietro il suo villaggio e pochi altri a fare contorno. Sebbene l’abitante prototipico di questa comunità sia animato da una scontrosità riottosa e diffidente verso le tante espressioni religiose, festeggiare San Ludovico sembrava ripetere ogni anno il suo miracolo sociale: unire la sua stravagante e faziosa popolazione nel medesimo rito.
In quella feroce notte d’agosto la folla aveva saturato i viottoli consumati di Serravalle e io, nella moltitudine ubriaca e sudaticcia, mi sforzavo di riconoscere il volto di R.
Compresso tra la gente, passavo in rassegna decine di facce paonazze, procedevo così: con in mano una sangria e nel naso l’odore appiccicoso del brigidino di Lamporecchio.
Qualcuno si era dato troppo profumo, qualcuno avrebbe fatto bene a darsene almeno un po’, un tizio dagli occhi sporgenti teneva una ciabatta in mano cantandoci dentro:
“La notte è fatta per sognare…”
Davanti a una bancarella un bambino evidentemente obeso tentava di convincere una vecchia reticente a comprargli del croccante.
“Gualberto non insistere, il croccante non te lo compro.”
“Ma dai nonna, io ho ancora fame.”
“Gualberto, poi va a finire come l’anno scorso, che ti sei cacato addosso prima dei fuochi d’artificio.”
La nonna dai capelli a cofanetto aveva ragione, mancavano solo dieci minuti a mezzanotte e il tuono dell’ultimo fuoco d’avvertimento era appena esploso sopra la rocca, altissimo e violento, l’unica entità capace di sovvertire quel caos.
Così, la folla eccitata sciamò rapida verso il castello, lasciandosi dietro i suoi residui su un tappeto di cartacce e lattine.
In mezzo alla piazza rimanevano Gualberto, un turista troppo avvinazzato per deambulare, e l’imperturbabile banda paesana impegnata nell’insicura esecuzione di “The final countdown”.
Un “bombolonaio” mi osservava tra il perplesso e il severo.
“Giovanotto te non ci vai a vedere i fuochi?”
“Ci mancherebbe, ora vado.”
“Un tu mi convinci mica tanto, c’hai un ghigno che mette quasi tristezza…”
Abbrancò un ciambella unta e me la porse con pietà.
“Via fatti un bombolone, offro io.”
Consolato e preso per il culo da un venditore di dolciumi, abbandonai ogni speranza di dare un esito alla mia impresa e mi avviai scoraggiato verso le torri.
Sotto le luci gialle delle luminarie pensavo che fino a qualche estate prima quello era un giorno di festa, ora invece mi veniva solo da piangere.
Lo spettacolo stava per divampare e tutti si affrettavano alla ricerca di un posto comodo, di una bella prospettiva dalla quale godersi il breve evento. Anche questo faceva parte del rito: una mandria di uomini a perlustrare ogni metro quadrato di un paese troppo stretto per accontentarli tutti.
Niente di nuovo quindi, anche allora si spingevano e si insultavano, alle volte chiedendosi persino scusa; poi, come sempre, si dovevano accomodare in quello che riuscivano a trovare per rimandare al prossimo anno la difficile impresa. Solo i nativi sapevano dove sgattaiolare al momento opportuno, lasciando i forestieri compressi nella loro massa. Un po’ perché il serravallino è refrattario al contatto sociale prolungato, un po’ perché quel momento è troppo importante per lasciarselo avvelenare da chi col paese non c’entra nulla; alla fine non si riusciva mai a capire dove andassero gli abitanti del luogo a vedere i fuochi, mio padre compreso.
Si svolgeva tutto in un istante, o forse qualcosa di più, durante il silenzio prima della bomba, quando l’attesa si fa così densa che la gente non può far altro che tacere, alzare gli occhi al cielo e diventare piccola. Quello, era quel momento.
Non ho mai pensato che sia per la bellezza variopinta dei fuochi che le persone si riuniscono, quanto per il loro significato illeggibile, quel messaggio così breve e sfuggente, eppure, da qualche parte, così intenso. Per il tempo effimero di un fuoco che brucia nel cielo le tenebre attorno sembrano meno buie; le miserie e gli affanni, quel ciondolio che ci segue ovunque, finalmente si placano e si fondono nell’eco del tuono.
Da ragazzi, anche noi, sparivamo proprio un momento prima che tutto iniziasse e, stesi sopra il tetto di un vecchio edificio, lasciavamo che lo spettacolo e qualche additivo illuminassero la nostra notte.
Da solo, e con più fatica, mi arrampicavo sullo stesso muro scalcinato. Da là potevo ancora ammirare il cielo colorarsi sopra la folla adorante. I primi colpi scuotevano prepotenti la rocca quando, tra l’odore di aria bruciata, mi sembrò di avvertire qualcosa di più esotico.
“Un tiro, dopo tanti anni, te lo potresti anche fare”.
La voce sembrava emergere dagli archivi polverosi della mia biblioteca adolescenziale, era familiare ed insieme lontanissima, troppo difficile da riconoscere.
Fu un lampo verdognolo ad accendere i contorni di un volto impossibile da dimenticare.
“Cazzo, Simone! Come stai?”
Alzò la mano corredata di sigaretta sapor Jamaica.
“Bene, grazie alle sane, vecchie abitudini.”
Avrei dovuto essere soltanto felice, abbracciarlo e dirgli che mi era mancato.
Avrei voluto dirgli che ero uno stronzo, che le distanze e il tempo non erano sufficienti a spiegare le mie fughe. Invece, come un ragazzino, lasciai che i fuochi riempissero quel vuoto colpevole e imbarazzante. Non sapevo che fare, così accettai la sua offerta di pace e detti qualche tiro.
“Te che ci fai qui?”
“Sono venuto a vedere se trovo mio padre.”
“Sopra un tetto? C’hai una bella fantasia.”
“Ho provato a dare un’occhiata in paese ma c’è troppa gente.”
“Comunque io il tuo babbo l’ho visto ieri sera.”
“Ah si, e dove?”
“L’ho beccato al circolo, faceva una partita al biliardo.”
“E com’era?”
“Sempre un drago, c’ha un raddoppio che fa spavento.”
“No al biliardo, come stava?”
“Parecchio bene mi pare, ha vinto senza problemi un tipo strano che era con lui.”
Dovevo aspettarmelo, qualche improbabile personaggio dell’articolata fauna dell’universo biliardistico l’aveva certamente portato fin là.
“Ma il signore che era con lui chi era?”
“Non lo so, con la stecca era di molto bravo, però sembrava un po’ su di giri.”
Riuscire a identificare un soggetto strano ed esaltato non è facile in un ambiente in cui grossomodo tutti ti appaiono così.
“Ti ricordi qualcos’altro?”
“Si, aveva un bel macchinone anche se un po’ trascurato, quando hanno finito di giocare mi pare che il tipo abbia chiesto al tuo babbo se voleva proseguire con lui a Montecatini.”
Un brivido accompagnò le ultime prodezze pirotecniche. Montecatini era un luogo afflitto da una ingravescente e storica decadenza che, dopo l’epoca dorata delle terme convenzionate Asl, aveva edificato il suo regno sul gioco d’azzardo, miss Italia e la prostituzione di alto calibro. Sapere mio padre sul macchinone di un esaltato nel tempio delle signorine a pagamento non suonava benissimo.
“E lui che ha risposto?”
“Non lo so.”
“Come non lo sai?”
“Senti, mica passo il mio tempo a farmi i cazzi degli altri. Se in tutti questi anni avessi fatto almeno una telefonata, ti saresti reso conto che una vita ce l’ho anche io.”
Come dargli torto. In quei giorni non facevo altro che prendere schiaffi da chiunque incontrassi, quelli del mio amico facevano particolarmente male ma, in fondo, a darmeli era una persona a cui volevo bene.
“Scusami ma è importante, ti ricordi almeno il nome?”
“Si, forse… il tuo babbo lo chiamava… aspetta, come lo chiamava… ‘il Prelato’, no ‘il Preside’…”
“‘Il Principe’!”
“Si, bravo, ‘il Principe’. Che tipo quello!”