Di sopra ci sono i cinesi

Finalmente Gala trovò l’interruttore liberando la stanza dall’oscurità. “Il Principe” sembrava agitato.
“Non ci sono mica cinesi là fuori?”.
“Tranquillo sono tutti di sopra”, rispose lei.
Parlavano sottovoce, immersi nel raggio verde delle luci calate sui tavoli. Non ne capivo bene la necessità, ma mi adeguai subito a quel sussurrare.
“Qualcuno mi dice cosa sta succedendo?”.
“Il Principe” fece seguire un classico tentativo di rassicurazione, preambolo inequivocabile all’oceano di sterco che presto o tardi ci avrebbe travolto.
Nello sforzo di trattenere la rabbia, lo guardavo schifato. Ovviamente non mi aspettavo tutta la verità, ma almeno poteva proporre una spiegazione verosimile, una bugia convincente, qualcosa che restituisse una logica alla storia che ci aveva fatto incontrare laggiù, nascosti in una stanza a bisbigliare come cospiratori. Invece mi stava rifilando la favoletta di un amnesico che, in ragione della sua disperata condizione neurologica, si era involontariamente messo alla guida di un’auto che non era la sua.
Più ripeteva la parola “tranquillo”, o peggio ancora “non è successo niente”, più starlo a sentire richiedeva una forza che non avevo. Ben presto il desiderio di ottenere risposte si confuse col feroce impulso di fargli del male.
“Allora, la situazione non è facile ma se ce la giochiamo bene possiamo ancora guadagnare un po’ di tempo per recuperare tuo padre”.
“Toglimi una curiosità, perché hai tanta fretta di trovare il babbo? Non sapevo foste diventati così vicini”.
Tentò una risposta che interruppi subito.
“Forse ti interessa di più la tua macchina, giusto? Dimmi la verità che c’avete messo in quella macchina del cazzo? Dimmelo!”.
Nella mia voce s’era insinuato un tono accusatorio e violento, senza accorgermene stavo urlando.
“Shhh, ci sono i cinesi”.
Gala posò una mano sulla mia spalla, avvertivo la sua presenza calda e serpentina dietro di me.
“Stai calmo e non urlare, i cinesi ci possono sentire”.
“Il Principe” continuava ad accarezzare il tavolo, come se cercasse ispirazione in quelle forme dure e perfette, poi si ammutolì in un’espressione corrugata, immagine del suo faticoso tentativo di trovare un sentiero percorribile in una storia a forma di campo minato.
“Per la cronaca: è stato tuo padre a chiedermi un passaggio, continuava a ripetermi che siete una pessima famiglia. Io gli ho detto che stavo andando a Montecatini e lui ha accettato. Prima di arrivare ci siamo fermati in un paese qua vicino, ha salutato un paio di amici, abbiamo fatto un paio di goriziane e siamo ripartiti”.
Fino a quel punto ci ero arrivato anche da solo, Francesco seguitava a evitare tutte le crepe di quella vicenda.
“Un passaggio per dove?”.
“Boh, diceva che voleva andare al mare”.
“Quale mare?”.
“Non lo so, parlava di una certa persona, una donna, qualcuno che avrebbe dovuto incontrare all’isola d’Elba”.
“Il nome della signora te lo ricordi?”.
“Ornella forse… sì, Ornella! Gli ho chiesto se era la sua amante ma non mi ha voluto dire più niente”.
Finalmente la serpe che si avvinghiava al mio stomaco da tre giorni allentò la morsa: forse anche io avevo un sentiero.
Ripensai a tutte le ore trascorse a capire chi potesse essere questa famigerata signora e all’amara conclusione che anche quella fosse una delle tante fantasie che abitavano la memoria di R.
Invece Ornella, la donna innamorata dei suoi appunti, forse esisteva. Forse abitava in qualche luogo in mezzo al mare, oltre i confini della sua mente e dei suoi diari confusi.
“Credevo che Ornella fosse soltanto un’invenzione di mio padre”.
“Tutto questo mi riempie di gioia: ‘Ornella vive!’. Ma adesso ti dispiace se affrontiamo l’argomento macchina rubata e cinesi incazzati?”.
“Ti ascolto”.
“Prima di accompagnare tuo padre alla stazione ci siamo fermati da un tipo, diciamo una mia conoscenza, un tizio a cui piace giocare. Siccome mi aveva chiesto il favore di poter fare un paio di partite con un avversario forte, ho pensato di presentargli R. Insomma tuo padre ha smarrito la memoria, ma con la stecca non ha perso nulla”.
Anche se “il Principe” ci stava mettendo un discreto impegno, credergli richiedeva ancora un tributo immaginifico che non ero disposto a spendere.
“Quanto altruismo. Mi stai dicendo davvero che sei venuto a Montecatini per far giocare a biliardo mio padre e il tuo amico? Perché se è così, non ci credo”.
Ormai avevamo varcato la soglia delle cose che è conveniente provare a non dirsi, così, aiutato da un profondo tiro di fumo, “il Principe” lasciò cadere anche le sue ultime reticenze.
“Ok, direi che siamo arrivati al cuore del problema. Organizzare una partita tra tuo padre e “il Tatanka” era solo una parte dell’affare. Diciamo pure la parte inutile”. “‘Il Tatanka’…?”.
Quel nome assestò un colpo letale alla speranza di trovarmi in una vicenda ancora recuperabile.
“Ma non era scappato alle Canarie?”.
“Non è scappato, si è disintossicato, c’è una certa differenza”.

Sprofondata su un divano di pelle, Gala ci richiamò a questioni più urgenti, e la questione al primo posto della nostra agenda segreta pareva avere a che fare con un manipolo di cinesi pronti a irrompere da una finestra e bere il nostro sangue.
“Appunto i cinesi, cioè i proprietari della valigia portata da tuo padre chi sa dove”.
“Oddio, mio padre sta trasportando una valigia piena di droga?”.
“Il Principe” trasalì.
“Shhh, che urli? Chi ha parlato di droga? Sono tutti fissati con questa droga. Le cose stanno così: “il Tatanka” mi aveva incaricato di incontrare i cinesi qui, consegnargli questa maledetta valigia e prendere il resto dei soldi. Lo avrei fatto se tuo padre nel frattempo non mi avesse fregato la macchina”.
La testa cominciava a girarmi, forse per via delle continue tribolazioni, forse per una nuova prospettiva guadagnata sullo scollo di Gala, o forse, più semplicemente, per l’effetto destabilizzante procurato dalla notizia che mio padre si era trasformato in un corriere della malavita cinese.
Mi gettai anch’io sul divano, in attesa che la sorte si schiantasse su di me, interrompendo le mie sofferenze. L’augurio che mi facevo era quello di un evento improvviso e catastrofico. In fondo Montecatini non era così distante dal mare, magari una gigantesca onda anomala si sarebbe potuta abbattere su quella città, disperdendo ogni traccia riconducibile al nostro passaggio sulla terra.
Invece mi toccava associarmi a “il Principe” e alla bomba sessuale poco distante da me, creatura incantevole ma praticamente sconosciuta.
“Ma non possiamo chiedergli di aspettare?”.
“Bravo topino, vedo che cominci a capire. Comunque ho già provato a chiederlo a “il Tatanka” e lui si è incazzato di brutto. Mi ha detto che Chen ha già pagato la metà dei soldi, e che questa cosa la dobbiamo risolvere noi”.
“E allora che si fa?”.
“Non abbiamo troppe scelte, un tentativo con i cinesi va fatto e, se le cose si mettono male, speriamo che non abbiano portato troppe stelle ninja. Comunque Gala ci darà una mano”.
“Ah già, contro i cinesi c’è anche lei, ora mi sento meglio”.

Ormai mi ero rassegnato ad associarmi a quella banda e al suo indefinito piano d’azione. Si trattava di un gesto estremo e del quale probabilmente mi sarei pentito a lungo una volta sepolto vivo, ma era pur sempre l’unica strada se volevo trovare mio padre prima dei cinesi, della polizia o de “il Tatanka”.
“Ma queste persone chi sono?”.
“Il Principe” fece arrampicare un sopracciglio fino ai vertici estremi della fronte, la stessa espressione con cui si guarda un povero mentecatto che non la smette di dire stupidaggini.
“E chi li conosce? E poi la domanda giusta non è chi sono, ma a che livello di intossicazione si trovano. Perché quelli ci aspettano da troppo tempo per non essere già gonfi di alcol e narcotici vari”.
Sempre per rimanere fedele all’atteggiamento da tenere con un mentecatto, tentò di rallegrarmi con una pacca sulle spalle.
“Lo sai che con quest’aria da ragazzo innocente e ingiustamente abbandonato dal padre sembri un testimone di Geova? In codesto modo è impossibile beccare una qualsiasi donna che non sia un tegame riunto. Guarda che qui non ci sono soltanto cinesi giallognoli da abbindolare, ma anche donne lussuriose con le quali accoppiarsi selvaggiamente. Se gli racconti la storia del povero fanciullo col babbo pazzo, a quelle fai calare a picco il desiderio”. Incredibile, stavamo per riporre le nostre esistenze nelle mani della triade cinese e quello pensava a strategie per copulare meglio. Evidentemente nel manuale diagnostico e statistico per i disturbi mentali, quando la psichiatria ha descritto la satiriasi, doveva aver pensato a uno come lui.
“Scusa, ma che cosa dovrei dire?”.
“Inventa no? Di solito gli spargimenti di sangue sono più efficaci delle malattie croniche. Digli che tuo padre era il figlio illegittimo di Mussolini, che negli anni ’70 ha militato nel gruppo sovversivo Gladio e per questo, nel silenzio più assoluto, è stato catturato e torturato dai servizi segreti. Ti garba? Lo senti come suona ardimentoso? Cristo Santo, ho appena partorito una storia irresistibile e castigante”.
“Quindi, secondo te, dovrei raccontare ai cinesi questa roba?”.
Come se avessi bestemmiato in chiesa per la vigilia di Natale, mi trapassò con lo sguardo.
“No, con i cinesi ci parlo solo io. Ci sono mandrie di figliole là sopra, è chiederti troppo di chiudere la bocca e azionare il pisello? A ogni modo, se proprio devi parlare con qualcuno, fallo con chiunque non sia giallo in viso”.
Ora “il Principe” pareva rinvigorito, praticamente eccitato, dall’imminente assalto alla roccaforte del piacere. Uscimmo dalla stanza con uno strano fermento addosso, una fregola che comunque non riusciva a coprire del tutto la paura.

Con passo sicuro, Gala guidava il gruppo, noi la seguivamo sulla scia fragrante e pericolosa che si lasciava dietro. Salimmo due rampe di scale e arrivammo nei pressi di un grande tendaggio color porpora. Qualsiasi cosa fosse stata oltre quel velo damascato, respirava come un solo essere gigantesco, una massa gaudente che vibrava e pompava sangue. Eravamo a un passo dal centro più vitale del Govinda, sentivo il suo cuore battere col mio.
Prima di penetrare quell’ultima membrana, “il Principe” si voltò, mentre il suono battente e bagliori color dell’oro avvolgevano già la sua figura.
“Mi raccomando giovane, oltre la Cina cose meravigliose ci attendono”.