Il disturbo amnesico secondo i Led Zeppelin

Fissare il vuoto di un ippodromo deserto non mi avrebbe consegnato alcun sollievo. Ne ero consapevole, ma una volta esaurite idee e forze mi ero semplicemente arenato lì. Senza alternative o soluzioni puntavo con ostinazione l’ovale della pista solo perché non era rimasto un posto migliore in cui guardare. Intanto, con le loro pettorine catarifrangenti, un implacabile manipolo di spazzini stava voracemente eliminando qualsiasi traccia del passaggio umano da quel luogo. Per assolvere a un compito così gravoso ci volevano coordinazione e spirito di squadra. Loro li avevano entrambi, si vedeva. Era solo questione di tempo, prima o poi mi avrebbero circondato e, una volta compreso che anche io mi sentivo un rifiuto, mi avrebbero finalmente deposto nel grande sacco del sudiciume. Da lì mi avrebbero tradotto di gran carriera verso la più vicina discarica per esseri umani. Io non avrei opposto resistenza, mi ero difatti arreso alla spietata evidenza dei fatti: mio padre e il suo scaltro assistente erano trionfalmente riusciti nel loro esperimento di escapologia. Inghiottiti dalle fauci cariate montecatinesi, si erano dissolti, scomparsi. L’ultimo spettatore, il fesso che ancora si affannava a dare una spiegazione al trucco ero io, raggirato e sopraffatto da tanta abilità.
Giravo tra le mani quel foglio incomprensibile, un deragliamento cabalistico di numeri e parole slegate tra loro. Inutile tentare di trovarci un nesso, nessuna logica criptografica mi avrebbe aiutato nella mia missione, perché quelli erano gli appunti di un uomo incapace di ricordare, e non un rebus. Nient’altro che il tentativo di tenere insieme la valanga di pensieri che ogni giorno gli attraversavano la mente. Con pagine così R. aveva riempito diari interi. Là dentro, con la giusta pazienza e coraggio, si poteva trovare di tutto: lo schema della schedina, la lista della spesa, la frase di un libro che mio padre non poteva ricordare di aver letto, ridondanti conteggi sul bilancio familiare, numeri e orari di autobus con destinazioni imprecisate, somme di denaro da restituire a nomi noti o sconosciuti. Inoltre, dal groviglio di quelle note emergevano sempre almeno un paio di inviti a ricordarsi di fare o dire qualcosa.
“Ricordati di domandare a tuo figlio se per qualche motivo ce l’ha con te, mi pare più insofferente del solito. Una serata al biliardo non guasterebbe… ma forse gliel’ho già chiesto”.
Il “forse te l’ho già chiesto” era la formula che R. aveva collaudato negli anni per scusarsi in anticipo delle infinite ripetizioni che un amnesico era costretto a fare.
L’unica cosa che non aveva mai domandato a nessuno, ma che si annotava almeno una volta al giorno, era rappresentata invece da laconica scritta: “Ornella – Innamorata”. Sul perché mio padre ci tenesse tanto a registrarsi nella memoria proprio queste due parole nessuno sapeva pronunciarsi, lui, tenacemente, manteneva un riserbo assoluto.

Nonostante gli sforzi, non siamo mai riusciti a identificare questa sconosciuta signora pervasa da tanto sentimento. A ogni modo, addentrarsi di nascosto nei suoi scritti ci aveva consentito di rintracciare alcune costanti del suo pensiero. Potremmo anche chiamarla la sua compilation di cose da portare a termine prima di trapassare. Tra queste spiccavano: al primo posto, la volontà inamovibile di volersi separare al massimo entro le 24 ore, seguita dall’ultimo e definitivo ritocco al suo testamento. Ovviamente quest’ultimo, in ragione di un amore così intenso, non poteva certo escludere la signora Ornella. La casa alla Mazzanta l’avrebbe voluta intestare a lei, dimenticandosi, purtroppo, di averla venduta almeno 30 anni prima.
Avrei fatto un torto al mio masochismo se anche quella sera, prima di ripartire, non mi fossi soffermato su un altro elemento inquietante che da sempre corredava le note di R.

Si trattava di oscure serie di numeri seguite da lapidari e ancor più preoccupanti commenti.
Direttamente dal foglio in mio possesso:
791824: affascinante, complicata, da rifare.
124052: elegantemente perversa, verso la fine un po’ ripetitiva.
503509: cazzutissima, speriamo di ritrovarla.
Sul significato e l’origine di queste scritte in famiglia si erano sviluppate le spiegazioni più ardite.
Mia madre, per esempio, probabilmente era ancora persuasa che quelli fossero numeri telefonici di prostitute. Secondo lei i commenti classificavano i tanti accoppiamenti intrattenuti da un uomo mai sazio durante le sue numerose assenze.
Difendeva questa argomentazione colorita appellandosi agli effetti postumi dell’ischemia e dei fluidificanti del sangue assunti in abbondanza dal marito.
“Sentite ragazzi, da quando il vostro babbo ha perso la memoria è peggiorato in molti sensi, ma da quel punto di vista lì mi pare migliorato, sembra tornato un giovanotto”.
A quel punto le animate discussioni su quei numeri si tacevano, nella speranza che nostra madre ci risparmiasse almeno i dettagli più intimi del loro travagliato matrimonio.
A ogni modo, la mia versione era anche quella più disillusa e amara, in pratica la utilizzavo per spiegare qualsiasi comportamento di R.: secondo me quei codici, come tutte le altre scritte contorte che affollavano le sue agende, non avevano senso. Inutile cercarci qualcosa dentro, nessun significato recondito, niente caccia al tesoro o vita segreta da copulatore seriale; a mio padre mancava la memoria e quei segni non erano altro che la fotografia scomposta dei suoi tentativi di non dimenticare.
Intanto gli spazzini mi erano quasi addosso, a meno di 50 metri da me facevano sparire qualsiasi cosa trovassero sul loro cammino; io non riuscivo a smettere di pensare al funzionamento del processo amnesico.
Dopo il ricovero, i neurologi ci avevano comunicato, senza esserne troppo convinti, che il cervello era un organo dotato di una certa plasticità e, chissà, col tempo, anche un danno come quello patito da R. si sarebbe potuto riassorbire.
Bugiardi.
Al fuoco di quella illusione abbiamo provato tutti, con strategie diverse, a scaldarci almeno un po’. Fui il primo a smettere di crederci.
Gli esperti insistevano nel dirci che tenere un diario lo avrebbe aiutato, ma persino quell’ultima pagina, che presto avrei consegnato alla voracità dei netturbini, si era rivelata del tutto inutile. Un altro cimitero di appunti, propositi, miraggi senza orizzonte. Se R. fosse fuggito un giorno, un mese o dieci anni più tardi non avrebbe fatto differenza, quella pagina avrebbe riportato, con numeri e lettere diverse, il medesimo, caotico risultato: l’impossibilità di mio padre di afferrare qualcosa oltre il velo dell’oblio, il suo essere accerchiato da un eterno presente, fatto, come per chiunque altro, di idee, intenzioni e centinaia di interrogativi. Nella sua memoria fragile però tutto diventava sterile e isolato, i ricordi, come anelli di fumo, non potevano legarsi assieme, derubandolo di ogni speranza di dare continuità e direzione alla sua vita.
Tentare di guardare nella mappa mentale di quell’uomo significava affidarsi a una bussola rotta. Dentro ci potevano stare benissimo tutte le indicazioni per andare ovunque, ma selezionare una rotta sulle altre sarebbe stato inutile. Così mio padre vagava. In associazione con “il Principe” lo immaginavo affrontare la sua avventura con approccio distratto e divertito, ignaro, o forse indifferente, dei pericoli che lo potevano attendere. Suo figlio, come un cretino ansioso, gli arrancava dietro, sempre a una distanza sufficiente per mancarlo di poco.
Con sintesi ed efficacia ben superiori a ogni trattato neurologico sulla materia, cantano i Led Zeppelin: Don’t know where you’re going, only know just where you’ve been.
Quella, da quando si era ammalato, era la sua terribile condizione, aveva memoria solo per gli eventi precedenti al trauma, tutto ciò che fosse avvenuto dopo, sarebbe durato quanto una scritta sulla sabbia. Quella, da quando avevo deciso di rovinarmi l’estate a inseguirlo, era diventata anche la mia sorte. Non sapevo dove cazzo stava andando, sapevo solo dove era appena stato.
Intanto, gli irriducibili operatori ecologici dell’ippodromo conquistavano inesorabili gli ultimi metri che li separavano da me. Potevo sentire i loro discorsi.
“Oh, hai visto l’ultimo allestimento della BMW serie omo a modo?”.
“Boia! Noi altri per comprarla bisognerebbe ipotecare un rene”.
“Ma perché ti devi accasciare in codesta maniera? Te lo giuro, dovessi lavorare come uno schiavo del Bangladesh, io la BMW prima o poi me la compro”.
“Si bravo, lo sai quanta merda di cavallo c’è da spalare per pigliare quel carrozzone? Non saprei da dove rifarmi”.
Ascoltare le sciocchezze che si dice la gente per non sentire il peso del lavoro mi era sempre piaciuto. Ci trovavo qualcosa di compensatorio, la più raffinata e gratuita forma di anestetico sociale.
Uno di loro intercettò il mio sguardo.
“Dico bene moro?”.
“Non saprei, il modello non lo conosco benissimo, ma se le piace così tanto…”.
“Oh, ma non lo dice anche quella canzone? Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior…”.
“Si, ma non vedo cosa c’entri De Andrè”.
“Ecco, lui dalla merda ci fa nascere i fiori, io ci fo nascere le BMW, contento?”.
“Ci mancherebbe”.
“A proposito, ma te che ci fai costì? L’ippodromo è chiuso”.
Non so cosa mi spinse a essere così diretto con lui, ma quell’operaio mi pareva l’unico elemento stabile nello smarrimento di quella serata.
“Non trovo il mio babbo”.
Il tizio raccoglieva rifiuti con movenze rapide e calibrate: carta con carta, plastica con plastica, latta con plastica. E avanti così.
Se lo avessi guardato ancora un po’, con quella bella pettorina arancione, mi sarei messo a lavorare con lui pur di non pensare.
“Te ci credi in Dio?”, mi chiese a bruciapelo, senza distogliere lo sguardo dal flusso lavorativo.
Risposi di no.
“Male, alla fine è un babbo anche lui”.
Quello, senza dubbio, era il momento di andare. Non ero nelle facoltà mentali di sostenere una dissertazione sulla funzione consolatoria delle divinità.
Tenni il foglio, salutai e mi avviai verso l’uscita.
Ormai ero quasi fuori, le scie sonore delle macchine si facevano sempre più forti annunciando il brulichio gaudente della città.
“Morooo…!”, urlò il tizio, ma da quella distanza lo sentivo appena.
“Dica?”.
“Ricordati che tutte le strade portano alla casa del Padre”.
Avevo captato solo: “Ricordati”.
“Come?”.
Gridò più forte: “Hai provato al night?”.

Un Piccolo problema

Le tesi de “il Principe” in materia di locali notturni erano chiare e non tolleravano obiezioni.
I night non erano bordelli.
Secondo lui ogni ragionevole proposta di recarsi al night era certamente da ritenersi più accattivante e innocua che un invito ad andare a puttane.
Il night, in toscano naitte, aveva infatti una sua dignità e non poteva essere assimilato a una semplice casa di tolleranza. In particolare a Montecatini c’era stata un’evoluzione e un cospicuo investimento nei confronti di quel mercato, di conseguenza scambiare il night per un bordello, sarebbe stato riduttivo e ingiusto.
In effetti, con largo anticipo sulle città concorrenti, a Montecatini si era riusciti a indebolire seriamente la piaga della prostituzione di strada grazie al coraggio imprenditoriale di audaci investitori, per la maggioranza russi o balcanici. Le uniche lucciole rimaste a esercitare all’aperto erano le nigeriane, costrette dai loro protettori e dalle spietate regole del business a non oltrepassare le zone della stazione e del suo sbreccato quartiere. Il resto del territorio era monopolio dei night. Realtà certamente gradita a “il Principe”.
Lo spazzino dell’ippodromo poteva dunque avere ragione nel suggerirmi di cercare un fuggiasco tra le pareti di un esercizio tanto in voga da quelle parti.
Così, una volta esaurite le case da gioco, avrebbe avuto la sua logica dedicarsi alle moderne case chiuse.
Per quanto ne sapevo, mio padre non era mai stato avvezzo a questo genere di intrattenimento notturno, d’altra parte non si poteva certamente ritenere “il Principe” immune a un tale richiamo.
All’interno dell’Accademia era ormai di pubblico dominio l’impegno con il quale Francesco soleva spendere copiose somme di denaro per la compagnia di smaliziate signorine a pagamento.
A sentire lui, l’ex blocco sovietico, in particolare nelle varianti russe e ucraine, era il solo luogo al mondo capace di dare alla luce donne all’altezza delle sue esigenze libidiche. Inutile tentare di fargli notare che quelle, per quanto brave, erano semplicemente delle professioniste; persone disposte a cedere sesso, o peggio ancora un miraggio, in cambio di soldi o equivalenti grammature di cocaina. A suo dire quelli erano discorsi per uomini meschini e ridicoli come noi, schiavi della soffocante retorica familiare, zerbini per donne ingrassate all’ombra di matrimoni noiosi e infelici, assuefatti a rapporti intiepiditi da un coito al mese. Con la nostra gretta morale e spilorceria potevamo sopportare il peso di un’esistenza grama soltanto grazie a qualche partita al biliardo giocata di nascosto.
“A puttane ci andate voi, io frequento solo fiori sovietici”.
Così Francesco chiudeva ogni dibattito sull’argomento. Perché lui era “oltre” e nessuno, dopo il divorzio, lo avrebbe fermato. Niente gli avrebbe più potuto impedire di spendere tempo e risorse all’insegna di un solo e inscalfibile comandamento: il godere.
Imboccai così un lungo viale di platani che dall’ippodromo penetrava la periferia, lasciandomi alle spalle gli ultimi luccichii della città. Le forme pulite e invitanti del centro mutavano in condomini grigi e spenti, negozi e supermercati chiusi, saracinesche abbassate contro i pericoli della notte. Camminavo in compagnia della matematica certezza che quello sarebbe stato l’ultimo dei miei disperati tentativi. Con il sudore che mi rigava la schiena mi concedevo alle più assurde visioni, quadri orgiastici dove “il Principe”, come un gran cerimoniere del peccato carnale, iniziava il babbo ai favori offerti dai night. Entrai all’Atlantide con poche speranze e tante, terribili scene mentali a insidiare la vacillante immagine di mio padre. Ma ero a Montecatini e alle fantasie gratuite, da quelle parti, si preferivano i profitti della realtà. E la realtà disegnata all’Atlantide mi stava consegnando uno scenario più desolante di ogni mia previsione. Intorno a un bar circolare brancolavano una decina di vecchi in accappatoio, impegnati a bere e palpeggiare ragazzine vestite da sirenetta. Sembravano una comitiva di nonni depravati a una festa di liceali. In filodiffusione si consumava un’altro stupro: Patty Smith costretta a cantare “Because the night” per quella triste accolita. Giravano in accappatoio in ragione della caratteristica che rendeva quel club unico nel suo genere. Ogni privè era dotato infatti di un’elegante jacuzzi dove, secondo quanto reclamizzato, gli avventori si sarebbero potuti rilassare con l’ausilio della cromoterapia e delle solerti assistenti. Per un istante fui rapito dal pensiero di cosa potesse nascondersi nel brodo primordiale di quelle tinozze. Mi appoggiai allora alla bevuta della casa, un cocktail chiamato lo sciacquone, per trovare un po’ di coraggio e avanzare. Entrai allora in un lungo corridoio con pareti impreziosite da acquari ricolmi di pesci multicolore. Mi orientavo nella penombra grazie alle deboli illuminazioni delle vasche tropicali. Nell’avanzare si potevano leggere i nomi delle tante stanze affacciate sul corridoio a intervalli regolari.
Emergevano in sequenza: L’esotica “Tropicana”, la romantica “Venezia”, “Bermuda” e i suoi misteri. Il vertice dell’attrattiva se lo aggiudicava la “Laguna blu”, che, come testimoniava il color oro della porta, doveva essere la proposta più consistente del locale.
Era come scendere nelle viscere stesse di quella città, una cloaca che tratteneva lo scarto più laido dell’apparato notturno. Per ogni passo che muovevo si faceva spazio dentro me un desiderio inedito: dopo tre giorni spesi con l’esclusivo obiettivo di trovare R., in una tale tristezza, tutto quello che speravo era di non vederlo. Lo speravo per lui. Perché là non c’erano uomini avvolti dal fascino maledetto del puttaniere, ma gente viscida e tarlata dagli anni, signori sui quali il sipario della decenza si era abbassato per sempre. Ogni soggetto che incrociavo poteva essere lui nella sua versione peggiore, un uomo nascosto in un bordello a sbavare su una ventenne, aiutato dalla spinta dei soldi e del viagra.
Il corridoio terminava in un’ampia sala da ballo circondata da divanetti e tavoli bassi.
Insisteva una luce assi debole e tendente al blu. Nell’aria agonizzava ancora Patty Smith.
Non riuscivo a leggere bene la dinamica della scena che si articolava a pochi metri da me. Guardando meglio, tutto si fece più chiaro. Da una complessa figura laocoontica emergevano i contorni di un uomo con una testa biondo platino tra le gambe.
Con un braccio si appoggiava allo schienale della poltrona e con l’altro sollecitava a farsi più rapido e profondo il su e giù di quei movimenti.
Lei mugugnava, lui, con voce tremante, la incitava.
“Brava, brava, ci siamo quasi”.
A completare il quadro, nel centro della sala ballavano un tizio non più alto di un metro e mezzo abbarbicato a una pertica sovietica sfacciatamente più lunga di lui. Lei era in mutande, lui invece, era vestito di un solo, ruggente, parrucchino color prugna.
Per la prima volta ero dunque felice di non aver visto mio padre. Potevo anche averlo perso, ma ero sinceramente sollevato nel sapere che ovunque potesse essere, non era lì.
Sentivo sollievo anche per “il Principe”, in fondo persino lui, nel vortice dissoluto che lo divorava, aveva maturato una sua dignità. All’Accademia aveva sempre decantato l’eleganza di ambienti soffusi e vellutati, dimore segrete per creature incantevoli e fatali. Non aveva mai parlato di un verminaio come quello.
“Con le prostitute ci andate voi, io colgo solo i migliori fiori russi”.
Così diceva.
L’Atlantide, non pareva un vivaio di bellezze rare, piuttosto sembrava lo sgabuzzino a luci rosse di un ospizio e tutto, anche le signorine travestite da sirena, davano l’impressione di annegare e sfiorire sotto il peso dei loro clienti.
Tornai all’uscita.
Una vichinga con gli occhi di un husky mi congelò nei pressi della cassa.
“Bello, fermati che ti porto alle Bermuda”.
“No, grazie alle Bermuda c’è morta troppa gente”.
Uscii da quel posto con cinquanta euro in meno e un pulsante senso di afflizione alla bocca dello stomaco.
Ebbene sì, ero ancora nella sempreverde condizione di non sapere dove andare. Si era fatto tardi, e assieme allo sconforto, sentivo il corpo cedere sotto i colpi della ennesima, inconcludente, esperienza di merda. Aiutato dall’effetto di quell’ultima bevanda sapor collutorio, lasciavo che il sonno mi guidasse lungo il viale della resa. Una volta presa l’autostrada sarei tornato a casa e, dopo aver chiuso gli occhi, avrei concesso all’oblio di cancellare definitivamente tutto. Volevo dimenticare, come faceva mio padre. Anche io mi sarei scordato di lui e delle sue fughe, dei biliardi polverosi, di Montecatini e di tutte le puttane travestite da sirena. Come R. mi sarei volentieri dimenticato di qualsiasi cosa pur di smetterla con quella storia.
Camminavo spedito verso la macchina, accarezzando i pensieri più ragionevoli per convincermi a mollare.
“Prima o poi si stancherà di scappare e vedrai che ritroverà la strada. Andrà come sempre, a un certo punto ci chiamerà e ci implorerà di andare a prenderlo”.
Mi accorsi solo allora del telefono che vibrava nella mia tasca.
“Pronto?”.
“Topino sei te?”.
“Francesco? Francesco, non ti sento”.
Dall’altra parte arrivava un forte rumore di sottofondo, sembrava che qualcuno stesse urlando.
“Francesco? Ci sei? Mio padre è con te?”.
“Pronto, mi senti meglio ora? Aspetta che mi sposto… è che qui non si sente un cazzo, c’è un gruppo di trans che cantano e fanno un casino indecente”.
“Cosa?”.
“Si, è anche un gruppo famoso, principalmente cantano gli Abba ma sanno variare”.
“Ma di che parli? Sono tre giorni che provo a chiamarti?”.
“Si, ho dovuto cambiare numero, una faccenda da nulla, poi ti racconto… comunque, bisogna che mi raggiungi al Govinda”.
“Il Govinda? E che è?”.
“È un night, cosa vuoi che sia un ferramenta?”.
“Io non vengo da nessuna parte se non mi dici cosa succede”.
“Ce l’hai la macchina?”.
“Certo!”.
“Allora vieni qui, così ti spiego”.
“Spiegare cosa?”.
“Ora mi hai rotto i coglioni, vieni qui e basta!”.
“Francesco, davvero, sono stanco…”.
“Corri, c’è un problema col tuo babbo”.
“Che problema?”.
Seguì una pausa imbarazzata riempita dai potenti acuti del trans cantante.
“Mi sa che è scappato”.
“Non mi pare una gran novità, son tre giorni che scappa”.
“Non hai capito, è scappato con la mia macchina, e quella macchina era meglio se non la prendeva”.