Gala

Mi ricordo i campi al di là del fiume, il solletico delle foglie sulle gambe e sulle braccia. Una foresta di girasoli e granturco. Con gli altri correvamo senza una direzione, finché il cuore non esplodeva in petto. Poi ci lasciavamo cadere senza forze, circondati dal verde e dal giallo. Le nuvole ci passavano sopra e Vukovar sembrava sparire. L’unico faro in quel mare era la nostra torre, un gigante di cemento e mattoni, più alto di ogni campanile o minareto. La sua presenza ci seguiva ovunque. Dopo novanta giorni d’assedio quella torre è ancora là. La più grande croce nel mio cimitero.
Prima dell’estate attraversavo il Vuka con eccitazione, una gioia elettrica che mi scuoteva il corpo; con Zrinka ci avventuravamo nel mio posto preferito. Abbiamo continuato ad andarci anche quando passare il fiume faceva pensare, anche quando, e non lo capivo bene, metteva paura. Purtroppo la sorte ci aveva dato uno stomaco forte e, a casa mia, la paura, l’abbiamo sentita troppo tardi. Persino di fronte alla morte resiste sempre una fantasia ingenua che si rifiuta di vedere. Era quasi luglio e qualcuno si mostrava ancora scettico, magari dava la colpa alla propaganda, mio padre invece aveva un’altra strategia: semplicemente cambiava discorso, col tempo era diventato bravissimo a farlo. Guardava meravigliato gli amici che abbandonavano le loro case dalla notte al giorno. Lui diceva che una soluzione si sarebbe trovata. Proprio non capivo quale fosse il problema da risolvere. Per me le cose erano chiare e assurde assieme. Di fronte casa nostra ci stava Goiko, il mio miglior amico, suo nonno era bosniaco. In fondo alla strada viveva Jelena, aveva sempre il moccico al naso: sua madre veniva da Zagabria, suo padre invece era di Sarajevo. Fino a quel momento non avevo mai avuto bisogno di chiedermi chi fosse quella gente o cosa avessero fatto i loro antenati, a me bastava volergli bene.
Per questo non capivo da dove sbucasse quella tensione sottile, la sensazione di disastro imminente suggerita dai giornali, bisbigliata sulle strade, urlata dai politici.
Una mattina ho sentito di esserci finita dentro, in quella cosa chiamata guerra di Jugoslavia, accadde quando mia sorella disse che oltre il fiume non potevamo più andarci. Le chiesi perché, ma non volle rispondere. Era vacanza e non vedevo l’ora di uscire, mi piaceva correre, in quei giorni la città mi stava tanto stretta e io volevo solo fuggire via.
“Perché Zrinka?”.
Mia sorella cercò le parole per dire a una bambina di dieci anni che quel suo amico biondo e agitato, Goiko, non si trovava più. Era sparito chissà dove. Con la famiglia era andato a prendere suo nonno in campagna. Trovarono i cadaveri dei suoi genitori in una stalla, sua madre l’avevano lasciata a pancia in su, nuda e a gambe aperte.
“Forza zingara, adesso sentirai come lo fa un uomo vero”.
Suo padre era morto poco più in là, aveva le orecchie staccate dal cranio.
“Che c’è? Non ti piace sentire tua moglie che gode?”.
Nella cantina ci trovarono nonno Ivan, lo avevano inchiodato a un tavolo. Non poté raccontare a nessuno cosa avevano fatto al nipote perché quegli animali, insieme alla dignità, gli avevano tolto anche gli occhi. Morì pochi giorni dopo.
Tutto questo Zrinka non riuscì a dirmelo, altrimenti le avrei chiesto ancora perché.
“Perché Zrinka? Cosa ci faceva il corpo della vecchia signora Kovac con un foro in testa e le mutande abbassate?”.
Se mia sorella oggi fosse viva le farei un’altra volta le stesse inutili domande.
“Chi ha spento la luce? Perché la casa trema? Chi ha seminato delle mine in un campo di mais?”.
Ad agosto cominciarono i bombardamenti e molti dei civili rimasti si nascosero nel grande bunker antiatomico. Così facemmo anche noi.
Non è stata la forza delle armi a farmi sentire sott’assedio, ma la perdita di uno spazio naturale senza fine, l’imposizione di un limite mentale, prima ancora che fisico o etnico.
Una passeggiata sulla sponda del Danubio, l’ombra della città riflessa sull’acqua gelida, nascondersi tra i girasoli. Queste sono le prime cose che mi hanno tolto, le mie prime, vere ferite.
I carri armati sono arrivati dopo, quando un po’ di morte ce l’avevamo già addosso. Mio padre faceva il medico e ha lavorato fino agli ultimi giorni di novembre. Per andare all’ospedale di Vukovar doveva attraversare tutta la città. A volte ci rimaneva per giorni interi e quando tornava da noi sembrava un gatto in una gabbia. Il tempo di accertarsi che eravamo ancora vive e poi via, di nuovo verso i suoi malati, i suoi feriti più cari. A un certo punto mi sono accorta di odiare i pazienti di quell’ospedale più dei serbi e delle loro cannonate. Mi chiedevo come facesse ogni volta a lasciarci nello scantinato marcio di quel bunker. Sembrava che la nostra paura, quel tanfo di morte e piscio non gli arrivassero neppure. Dopo una settimana avevo smesso di mangiare anche quel poco di cibo che riusciva a entrare in città. Non so neppure se lo avesse notato. Dedicò un po’ di tempo in più alla mamma solo quando tra i rifugiati cominciò a diffondersi il tifo. Voleva capire se lo avesse preso anche lei. Ma noi eravamo gente forte, e non c’era nessun motivo per trascurare chi stava sempre peggio di te. Inutile tentare, contro le mutilazioni di una guerra, non hai speranza. Per fermarlo avrei dovuto mettere il piede su una mina, magari farmi circondare da un gruppo di soldati ubriachi. Così, mi lasciavo prendere, ma restavo immobile e, mentre mi abbracciava, facevo finta che non mi importasse, perché ormai, di lui, ne sapevo fare a meno. Poi, sempre di corsa, arrivava il momento di separarci. “Hanno bisogno di me, devo andare”, allora mi giravo da un’altra parte, con la voglia di corrergli dietro e la rabbia a impedirmi di farlo. Paralizzata e furiosa restavo a fissare i muri ammuffiti della nostra prigione. Addosso mi restava solo l’odore di bruciato, ormai era quello l’odore di Vukovar e su mio padre si sentiva ancora di più.
Quel giorno venne al rifugio molto presto, avrei dovuto essere felice, ma non mi feci trovare. Di nascosto l’osservavo cercarmi tra le miserie di quella enorme stanza, sembrava più preoccupato del solito. L’ascoltavo urlare il mio nome in mezzo alla folla, ormai eravamo al limite della resistenza, consumati dalla fame e dal buio. Vederlo così spaventato mi faceva male eppure, in fondo, mi piaceva. Lui continuava a chiamare, e in quei momenti disperati, finalmente trovai un po’ dell’amore che cercavo. Come sempre, mi dimostrai impassibile e trattenni l’impulso di corrergli incontro, di farmi trovare e ricompensarlo con un bacio. Con lui facevo così quando giocavamo a nascondino. Quel giorno i razzi sembravano esploderci accanto come una tormenta di fuoco che scuoteva tutto l’edificio. Qualcuno pregava, molti se ne stavano in silenzio, abituati ad aspettare la fine di ogni terremoto. Così lasciai che mio padre si stancasse, appoggiato a una colonna aveva lo sguardo perso. A un tratto mi sembrò magro e debole come ogni altra anima in quel buco. Alla fine si arrese, e dopo aver salutato la mamma e Zrinka se ne andò. Non lo vidi più. Era il 19 novembre 1991, quel giorno anche Vukovar si arrese. Anzi no, Vukovar non si è mai arresa. Vukovar cadde.
I paramilitari furono i primi a entrare e avevano nomi di bestie. Aquile e scorpioni divorarono ciò che rimaneva delle nostre vite. Il loro capo si faceva chiamare “la tigre” e per il suo esercito aveva scelto gli esemplari più feroci della specie umana: criminali, tifosi esaltati e qualsiasi altro disperato attratto dal sangue e dai soldi. Da vincitori, si presero un po’ di tempo prima di venirci a stanare e iniziare il loro banchetto. Ancora non avevano cancellato tutte le tracce della nostra resistenza, da qualche parte sopravvivevano dei soldati in fin di vita, da qualche parte qualcuno insisteva nel curare le nostre ferite, da qualche parte c’era un ospedale. Dicono che all’inizio i medici tentarono di opporsi agli invasori rifiutandosi di far evacuare i feriti.
Così, caricarono anche loro sui camion e li portarono via. Ho saputo solo dopo che, a Ovcara, c’era un allevamento di maiali. Una porcilaia. L’ho letto sui diari di guerra dei coraggiosi giornalisti arrivati in Croazia un secondo dopo la fine dell’orrore, che quella gente, malati, civili, personale sanitario, prima di morire venne disposta su più file. Mentre gli uomini della prima fila venivano giustiziati con un colpo alla nuca, gli altri dovevano guardare e spalare. Dopo averli sepolti, avrebbero raggiunto i loro compagni in quelle stesse fosse scavate nello sterco di maiale.
Quello che è successo dopo probabilmente lo sai anche tu: i campi per lo stupro, le colonne di deportati con un sacchetto di plastica in mano, donne ingravidate e rese folli con lo sperma dei vincitori. Ma io non voglio parlarti di questo, o del perché Zrinka, dopo anni passati a tentare di dimenticare, si è uccisa. In qualche modo l’ho lasciata andare. Vukovar l’aveva trasformata in una mina non ancora esplosa e solo adesso che è morta la sua guerra è davvero finita.
Ti racconto questo perché so che tu sei in guerra con tuo padre, ma so anche che per lui ti sei gettato in questa storia. Allora non smettere di cercare, e se alla fine è lui a cercare te, non fare come ho fatto io, lasciati trovare.
Le luci dell’alba iniziarono a filtrare dalle persiane, mentre in lontananza si avvertiva il suono delle macchine ricominciare a muoversi.
Qualche attimo prima ci eravamo presi in un modo così strano, come se farlo fosse un atto pericoloso ma indispensabile, una miscela tra persone attratte e diffidenti. Compresi che l’amore non fu il nostro scambio più intimo. Fu l’esperienza del suo dolore a battezzare quell’incontro. Solo a quel punto sentii di essere veramente con lei.
“Non dormi?”.
“Non ci riesco”.
“Prova a chiudere gli occhi”.
Stesa su un fianco, portò la bocca al mio orecchio sussurrando parole al sonnifero; fu come morfina.
“Ja san mali cuconjak, mali mali bomboniak.
Ja san mala zuriza, mala mala gusica…”.
Il sonno mi scaraventò in un posto dove il buio era di un liquido denso. Galleggiavo così in una placenta di petrolio senza più volontà. Oltre quella parete oscura, solo il respiro di Gala continuava a ripetere che non ero solo.