Govinda

Al mio arrivo non trovai alcuna scritta luminosa, soltanto un pesante cancello mangiato dalla ruggine. Non potevo essermi sbagliato, le indicazioni de “il Principe”, nonostante la voce che andava e veniva, erano state precise.
E poi c’era quel campanello così insolito.
Francesco si era raccomandato di parcheggiare lontano e arrivarci a piedi, passando per la pineta e percorrendo una strada in leggera salita.
Così, giunto sulla sommità di un poggetto, mi ero lasciato alle spalle le villette a schiera di un quartiere residenziale. Costruzioni garbate e somiglianti, tutte con i loro giardini curati e le macchinone parcheggiate sul retro.
Dopo poco la strada era tornata a scendere, quindi avevo svoltato a sinistra, percorrendo una via non asfaltata per qualche centinaio di metri. Intorno regnava solo il silenzio dei campi coltivati a ulivo, oltre i quali brillavano lontane le luci arancioni della città. Il Govinda era lì, con il suo cancello di ferro avvolto dalla stretta di rampicanti lasciate libere di serpeggiare ovunque: sul muro di recinzione e ancora più in alto, a lambire i piedi di due statue leonine ai lati dell’entrata. Sul campanello non c’era nome, soltanto una lettera ossidata e in stampatello: “G”.
A una prima occhiata, il posto sembrava abbandonato. Solo le luci filtrate dalle cime degli alberi e l’eco distante della musica facevano intuire la vita oltre l’intrico di quel giardino.
Suonai.
“Buonasera, lei è un nostro socio?”.
Ero stato istruito su tutto, anche su come dovevo presentarmi.
“No, ma sarei felice di diventarlo. Mi manda Francesco, cioè ‘il Principe’”.
Silenzio.
“Si riferisce all’insegnante di biliardo?”.
“Certamente”.
Altra breve pausa riflessiva.
“Entri pure, prosegua lungo il viottolo”.
Il cancello si schiuse lentamente, introducendomi a un groviglio arboreo lussureggiante e orfano, probabilmente da decenni, di qualsiasi manutenzione. Sotto una matassa di siepi e rovi esuberanti, si potevano ancora intuire le forme armoniche di un’opera botanica quasi completamente divorata dal disordine naturale.
Il sentiero era appena accennato e ricoperto da piccoli sassi che crepitavano sotto i piedi.
Seguii la musica che si faceva più nitida mentre mi avventuravo sull’unica striscia di terra sottratta alla vegetazione. Dall’ombra emergevano i busti anneriti di sculture in pietra, perlopiù figure femminili, sporcate e levigate dai segni del tempo.
Tra i bambù svettanti fuggiva Proserpina, la dea libera, incalzata dal buio e dalla prepotenza del re degli inferi. Sull’altro lato, Euridice la ninfa, accostata a una fontana ormai vuota, si doleva per il morso fatale di un serpente.
A un tratto mi apparve il Govinda, e si presentò con tutta la bellezza decadente di un palazzo liberty lasciato a resistere alle offese di un’epoca che non era più la sua.
Quella villa, con i suoi decori consumati, proiettava un fascino oscuro e magnetico che trapelava dalle imponenti vetrate dal disegno floreale.
Corredato di auricolare, un signore calvo e dai bicipiti evidentemente ipertrofici, mi squadrò con un certo sdegno.
Si portò la mano sinistra all’orecchio, come se volesse udire meglio i suoni provenienti dal suo cornetto acustico di ultima generazione. In quel gesto collaudato espose un tatuaggio inciso sul polso.
La scritta diceva: Perdono ma…
Come se io non fossi presente, disquisiva con i suoi colleghi sull’opportunità di farmi entrare.
“Ragazzi, io lo faccio anche accomodare, ma il signore è senza tessera ed è vestito male”.
Udii il rumore metallico proveniente dal dispositivo acustico.
“Come credete. Fate scendere Gala”.
Dopo aver interrotto la telegrafica discussione, mi rivolse quello che con ogni probabilità doveva essere il suo migliore sguardo di rappresentanza, in pratica un’occhiata incolore e bovina che ci accompagnò per un interminabile minuto.
La fissità vacua di quegli occhioni su di me generava un imbarazzo insopportabile, altri due secondi e mi sarei messo a parlare del tempo, di calcio, avrei intavolato persino un dibattito politico, se gli interessi del mio interlocutore lo avessero tollerato.
Fui salvato dall’apparizione di un’affusolata figura, sbucata da dietro le muscolose spalle del buttafuori.
A quel punto, l’addetto alla sicurezza sciolse la sua espressione piatta facendomi cenno di seguirlo.
Sul polso destro spuntava un’altra frase: …non dimentico. Perdono ma non dimentico.
Lo presi come un consiglio.
“Buonasera. La accompagno subito dal suo amico, mi segua”.
Al di là della padronanza del linguaggio, nelle parole di Gala si avvertivano le esotiche note di un’origine straniera.
Fasciata nel suo lucido vestito rosso, sfoggiava gambe magrissime e ben fatte, slanciate dall’eminenza di un tacco vertiginoso. Aveva occhi neri, senza pupilla, due carboni che contrastavano col colore pallido della sua carnagione.
“Per questa sera sarà un ospite speciale, ecco il suo pass”.
Con disinvoltura affondò la tessera nella tasca anteriore dei miei pantaloni.
In un primo momento pensai che fosse l’eccesso di confidenza tipico di una professionista del mestiere, ma quando si avvicinò a pochi centimetri da me, ebbi la sensazione, forse il desiderio, che si stesse varcando il limite.
“Francesco mi ha spiegato tutto, non ti preoccupare, vi darò una mano”, sussurrò con complicità, come se facessimo parte dello stesso piano e, capitanati dal nostro comune amico, condividessimo gli stessi intenti. Repressi l’ennesimo cattivo presentimento e la seguii.
Entrammo da un portone laterale posto su un fianco della villa. Dall’alto pendevano enormi lanterne di ferro e alabastro.
Con il suo accento indefinito, probabilmente dell’est, Gala mi descriveva le attività del piano terra.
“Questi alloggi un tempo erano riservati alla servitù, oggi, i nostri clienti qui giocano a carte, oppure al biliardo”.
Ero irretito dal ritmo dei passi agili della mia guida, a mezzo metro da lei, avvertivo il clamore della musica e il suono della sua voce, ma nella mia mente c’era spazio solo per l’oscillazione morbida dei suoi fianchi. L’avvenenza di Gala aveva creato uno strappo spaziotemporale in quella vicenda insana, riempiendolo di una bellezza irresistibile.
“Le stanze del poker adesso sono occupate e non possiamo entrare, se vuoi posso mostrarti i nostri biliardi. Vieni te li faccio vedere”.
Eravamo già passati al tu, segno inequivocabilmente promettente, e io ero tutto in fermento, vittima delle forme curvilinee di quella ragazza e ostaggio del profumo zuccherino che emanava. Quelle erano dunque le creature tentatrici descritte con tanta enfasi da “il Principe”.
“Beh, avrei un po’ di fretta, ma un’occhiata al biliardo mi pare giusto darla”.
“Qui il tuo amico vince spesso, qualche volta dà anche lezioni private al proprietario, il signor Catalin”.
Aprì una porta a due ante e penetrammo nel buio di una grande stanza.
“Aspetta che cerco l’interruttore”.
Respiravo l’odore familiare del panno battuto e del gesso mischiato a tabacco, fragranza tipica delle sale da gioco.
Intravedevo le forme regolari dei tavoli giacere immobili, simili a grandi creature dormienti.
Nella stanza però non ero solo. Gala era sparita e io avvertivo la presenza incombente di un uomo confondersi nell’oscurità. Sentii le porte chiudersi di colpo dietro di me. Rimasi immobile, con la voglia di chiedere aiuto e il panico che soffocava ogni possibile reazione. Sarei morto lì, circondato dai biliardi in un night montecatinese, per mano di chissà quale sicario, vittima inconsapevole di un gioco losco e fuori dalla mia portata.
La sagoma si accostò furtiva estraendo, ormai vicinissima, qualcosa dai pantaloni.
Chiusi gli occhi.
Poi lo scintillio di un accendino ruppe il silenzio e il volto de “il Principe” si illuminò nel buio.
“Ciao topino”.
La carezza impalpabile del fumo sciolse le mie paure, ricordandomi, nonostante tutto, che ero ancora vivo.
Nel buio, il tizzone della sigaretta colorava di rosso un sorriso sospeso.
“Hai visto in che posto ti ho portato?”.