Il principe

Francesco, meglio noto come “il Principe”, avrebbe avuto le capacità per diventare un professionista. Steccata pulita, sensibilità, impostazione raffinata, quella confidenza simbiotica col biliardo che porta il giocatore a sapere esattamente cosa è meglio fare e come eseguirlo.
“Il Principe” era difatti un soggetto dalla tracimante sicurezza in se stesso e, una volta detto questo, arriviamo all’essenza della sua monumentale personalità e dei suoi non trascurabili limiti.
Ogni volta che pronunciava una parola o giocava un tiro, sembrava nell’atto di incidere la sua verità eterna sulla pietra. La versione ufficiale lo voleva rappresentate di tessuti, professione che un tempo gli aveva permesso di togliersi molte golose soddisfazioni nel distretto pratese. Dando per scontato che quello fosse ancora il suo mestiere, la sala biliardi doveva essersi trasformata nel suo ufficio.
Animato da una certezza senza confini nei suoi mezzi sportivi e intellettuali era refrattario a qualsiasi tipo di suggerimento, consiglio o cambiamento. Questo probabilmente spiega la maggior parte delle sue sconfitte e fallimenti. Lui però non se ne curava e affrontava la vita come se corresse su un binario invisibile.
Commetteremmo un errore banale se ci limitassimo a descriverlo come un caso di disturbo narcisistico perché “il Principe”, e a lui farebbe piacere sentirselo dire, era molto di più.
A meno che non stesse sopra un tavolo da biliardo era invariabilmente posseduto da una tensione impaziente, dall’uggia mal repressa tipica di chi, in qualunque posto si possa trovare, vorrebbe essere da un’altra parte. Un’altra parte fatta tutta di piaceri e libidine, paradisi artificiali a noi proibiti, ma per lui, “il Principe”, sacrosante ricompense da tributare alla sua figura.
Lo smacco di trovarsi ancora lì, in quella sala affogata nel buio, era solo l’inganno di un destino ingrato e malevolo sul quale, presto o tardi, avrebbe avuto ragione. Guardarlo giocare però restituiva un senso a quella presenza insofferente e turbata, perché Francesco, il biliardo, e forse solo quello, lo amava davvero.
Anche se le capacità di conversazione erano sotto il costante assedio di un umore fluttuante e di un’attenzione indecentemente breve, quell’uomo aveva dentro un bagliore accecante.
Senza alcuno sforzo l’ho sentito emettere sentenze su qualsiasi tema l’essere umano avesse commesso l’errore di fermarsi a riflettere: l’origine della vita, i flussi migratori, il conteggio per i rinquarti di calcio, la cocaina, la cleptomania, le prostitute ungare, l’educazione dei figli, l’origine della crisi e sua rapida risoluzione, la pace in medio oriente, la ricetta per l’anfetamina, l’antimateria, l’esistenza del punto “g”, Coppi o Bartali, la vera identità di Gesù Cristo. Pareva immune dal dubbio come dalla necessità di dover spendere più di qualche secondo per ascoltarti e illuminarti col suo verbo. Nonostante questo non riuscivo a detestarlo fino in fondo, anzi, vittima di quel bagliore, gli perdonavo ogni sua piacevole prepotenza. Insomma, “il Principe” riusciva a indossare con eleganza il declino che appesantiva molti dei giocatori e rilanciava con convincimento universale la sua breve teoria su quasi tutto.
Era la maestosità inscalfibile del suo carattere ad assolverlo dalla maggior parte delle regole che limitano noi altri. Questo, come è facile immaginare, non lo aveva risparmiato dai danni collaterali che corredano inevitabilmente l’avventore tipico della nostra amata sala. In particolare l’abitudine al gioco d’azzardo si era ben presto convertita in una schietta dipendenza che, assieme al fumo, al sesso ed altri illegali segreti, alimentavano il giro delle cose che non riusciva a smettere di fare.
Fumava Marlboro rosse in proporzioni difficili da quantificare. Persino una partita al biliardo poteva essere troppo lunga da affrontare senza un po’ di catrame.
Così, quando era il turno di gioco del suo avversario, non era raro vederlo allontanarsi con furia dal tavolo, aprire la porta della sala fumatori e respirare a pieni polmoni. Era la sua versione di aerosol alla nicotina. Lo conobbi in una di queste circostanze, mentre tentava di scardinare quella porta in preda a un attacco astinente. La sfortuna quella sera decise di fargliela trovare chiusa.
Dopo qualche giro violento di maniglia tentò con un calcio poco convinto passando poi a delle decise spallate.
“Francesco, siamo ad aspettare te! Tu fumi dopo dai”. Il suo avversario cominciava a spazientirsi, solo a quel punto “il Principe” provò a rimandare il suo bisogno. Mosse qualche passo verso il tavolo poi, di colpo, si fermò.
“Scusami un secondo”.
Qualcuno aveva già cominciato a scuotere la testa gettando lo sguardo al cielo, altri sghignazzavano, il suo avversario era semplicemente esterrefatto.
“Il Principe”, con il naso a pochi millimetri dalla superficie della porta, stava battezzando l’intera nomenclatura cattolico cristiana, sbraitando le bestemmie più articolate e veementi che avessi mai udito pronunciare.
Concluse la sua orgia salmodiante con una imprecazione dedicata al sacro rito del presepe.
“Accidenti a lui e tutte le statue che ci sono dentro, voglio fumare!”.
La sala si era congelata, e lui, che in tutti quegli anni non mi aveva neppure concesso la parola, sembrò improvvisamente rendersi conto che esistevo, che in quel momento ero proprio lì, divertito e attonito da una scena ai confini della realtà.
Mi fissava.
“Dico bene topino?”.
Topino: nomignolo affettuoso ed insieme canzonatorio che di solito i veterani rivolgono ai novizi.
“Dici per il presepe?”.
“Ovviamente”.
“Credo di sì, infatti da noi si fa l’albero a Natale”.
Accennò un’espressione divertita, l’incrocio ammaliante tra un sorriso e una tagliola rugginosa.
Dall’altra parte del biliardo il tizio si stava riavendo dallo shock.
“Francesco! Quando sei in comodo vorrei finire la partita”.
“Ma senti quanta fretta di perdere soldi c’ha il ragazzo. Ora arrivo, così t’accontento”.
In effetti la partita non si stava mettendo bene per il suo avversario. “Il Principe”, a ogni modo, sembrava non avere intenzione di tornare al tavolo. Decise piuttosto, con ostentata gestualità, di accendersi una bella sigaretta: affronto intollerabile ed espressamente proibito nelle sale. Il divieto a fumare, sebbene osteggiato dall’intera comunità di giocatori, veniva imposto con spietata intransigenza dal gestore che, dopo tenaci proteste, era riuscito a piegare tutti al suo volere. Tutti tranne lui. Aspirò la sua dose con gusto e cattiveria, lasciando la scia biancastra sollevarsi e sparire nel buio.
Prima di tornare al gioco mi porse la sigaretta accesa come fosse una reliquia.
“Reggimela un secondo”.
Rapito da tanto fascino irriverente, avevo fatto spazio per un altro eroe dannato nella mia collezione: tra Slash dei Guns N’ Roses e Franco Califano, “il Principe” trovava adesso il suo posto d’onore.
Restai immobile, con quel mozzicone tra l’indice e il pollice per il resto dello scontro.
Francesco, non era soltanto bravo, era bello da vedere. Ogni tanto il biliardo sembrava persino esercitare su di lui un potere catartico, al limite del terapeutico. Allo sproloquio presuntuoso sostituiva un silenzio predatorio e feroce, i movimenti, di solito nervosi e imprevedibili, diventavano lenti, misurati, felini.
Quella era una di quella volte. Un’altra magia del basilisco.
Non sbagliò una palla e tutto si bruciò nel tempo di una sigaretta.
Mentre il pubblico batteva le mani, Francesco mi si avvicinò, staccò il mozzicone dalle dita e fece l’ultimo, potentissimo, tiro.
“Bravo topino”.
Ora “il Principe” aveva l’aspetto di un gatto dal sorriso beffardo, ammiccante e pericoloso come una tagliola.