il “Tatanka” e Bengasina

Il parcheggio sotterraneo era quasi vuoto e l’uomo con camicia hawaiana e barboncino al guinzaglio doveva essere proprio lui.
L’unica risposta al nostro saluto fu uno svogliato cenno col capo.
Tutto intorno c’era afa, qualche macchina parcheggiata e lunghe file di carrelli agganciati assieme.
Da vicino il profilo poderoso e squadrato de “il Tommo” faceva pensare a un capo indiano in sovrappeso. Aveva pelle bruna e segnata da profonde pieghe, un naso da pugile incastonato in una espressione fissa e imperturbabile, ai confini del monolitico.
Poco distante da noi camminava nervosamente una piccola signora di mezz’età. Col cellulare all’orecchio era impegnata in una fittissima e incomprensibile discussione in spagnolo. Vista la foga che ci metteva era probabile che non si fosse neppure accorta di noi. Siccome “il Tommo” continuava a tacere e a fissarlo, “il Principe” decise di rompere gli indugi.
Imbastì un’imbarazzata versione degli eventi con al centro mio padre, la sua malattia e quello sgradito, insopportabile imprevisto.
“ ‘Tommo’ ci devi scusare, ma lo hai visto anche te, il suo babbo ha dei problemi. Quando mi ha chiesto le chiavi della macchina pensavo andasse a prendere il portafogli… come facevo a immaginarmi che sarebbe scappato… comunque non ti devi preoccupare abbiamo una pista…”.
Per la prima volta vedevo “il Principe” in sincera difficoltà. Senza ottenere alcun effetto, proponeva una stentata e farfugliante manovra di giustificazione.
“Te devi stare solo tranquillo, partiamo subito per Piombino, vedrai che stasera la borsa l’hai qui”.
Nonostante lo sforzo, quelle parole, con la stessa consistenza del cristallo, continuavano a frantumarsi contro la faccia di pietra de “il Tommo”.

In quel garage imperversava un calore che trapassava le vesti. Francesco gesticolava disegnando traiettorie sempre più ampie, mentre due chiazze scure gli si allargavano sotto le ascelle.
Si dimenava proponendo rassicurazioni vaghe, e io, invece di aiutarlo, non riuscivo a staccare gli occhi dal monile che ciondolava appeso al collo di quell’uomo mastodontico. Dalla camicia sbottonata si poteva infatti ammirare una zanna di cinghiale ricurva che gli cadeva esattamente in mezzo al petto. Quel dente di bestia, col suo richiamo selvatico, ne rafforzava la somiglianza con un pellerossa. Un urone incazzato, un guerriero seminole, una di quelle figure fiere e insieme ridicole che ci propongono i documentari sugli indigeni nelle riserve. Gli mancava solo l’arco e qualche piuma in testa e poi lo si sarebbe potuto scambiare per la versione appesantita dell’ultimo dei moicani. Evidentemente, il soprannome che si era guadagnato: “il Tatanka”, non alludeva soltanto alla mole da bisonte, ma anche all’estetica western che sapeva sfoggiare con tanta disinvoltura.
Ripensavo alla sua storia. Si faceva fatica a credere che un soggetto con quelle fattezze potesse esprimere un gioco tanto raffinato al biliardo. Le cronache di questa disciplina ricordavano “il Tommo” come una promessa, un professionista, quasi un campione; uno che se non avesse perso tempo a dilapidare il patrimonio di famiglia, avrebbe potuto battere chiunque.
Il problema stava tutto lì, perché a “il Tatanka” piaceva principalmente scommettere, e una cosa poteva attirarlo seriamente solo in funzione della possibilità di puntarci sopra dei soldi. Proprio per questo, nonostante gli incoraggianti successi ottenuti, nutriva per il biliardo un interesse distratto, noncurante, come se abbattere birilli fosse una cosa semplice ma banale, quasi noiosa.
Per la scommessa, invece, soffriva una profonda infatuazione mistica. Slot machine, baccarà, poker, cavalli, totocalcio, gratta e vinci, corse di cani, l’importante era sfidare la sorte. Veniva descritto come un uomo così determinato a perdere i soldi della sua ricca famiglia, che lo si poteva trovare ovunque ci fosse da scommettere, dai casinò ai tabaccai.
Anche se i pochi ricordi che avevo di lui erano legati alla sua carriera biliardistica, tra i racconti dell’Accademia aleggiava ancora l’eco dei suoi sciagurati azzardi.
Si dice che una volta, durante il campionato di San Vincent, si fosse persino scordato di disputare la finale tanto era assorto nel buttare denaro alla roulette. Cresciuto in una famiglia di potenti industriali pratesi, nella vita, a parte giocare d’azzardo e tirare di stecca, non aveva mai sentito il bisogno o la voglia di cimentarsi in un lavoro.
Quando i suoi genitori lasciarono questo mondo si interruppe anche l’ultima forma di contenimento alla compulsione ludica del figlio. A quel punto, preda della sua dipendenza, “il Tommo” arrivò a giocarsi diversi appartamenti e beni di ogni sorta, erodere uno straripante conto in banca, praticamente sacrificare qualsiasi cosa in suo possesso. La sua opera di distruzione dei capitali familiari non si sarebbe conclusa se la sorella, quella chiassosa signora appoggiata al cofano di una Mercedes, non fosse intervenuta a salvarlo.
Bengasina si chiamava.
Proprio quando l’esistenza de “il Tatanka” era ormai ostaggio delle banche e degli strozzini, la signora lo fece salire sul primo aereo per le Canarie con l’imperativo di ripulirsi e seguirla nelle sue sconosciute, ma fiorenti faccende.
Si arrivava dunque a una zona grigia delle loro storie, perché nessuno, nonostante le molte illazioni, sapeva esattamente di cosa si occupassero alle Canarie; si dubitava soprattutto del fatto che riuscissero legalmente a fare tanti soldi. Quello che tutti avevano notato era che “il Tommo”, una volta trasferito al caldo delle isole iberiche, aveva estinto i suoi debiti e interrotto ogni rapporto col gioco d’azzardo. Il prezzo per tutto questo fu una decisa trasformazione del carattere che gli procurò una altrettanto netta deriva silenziosa e iraconda. In Toscana ci tornava di rado e per pochi giorni, passando dall’Accademia unicamente per concedersi un paio di partite a biliardo. Insomma, nonostante la camicia stile Hawaii e il barboncino al guinzaglio, avevamo di fronte una figura massiccia e sinistra, “il nuovo Tatanka”: giocatore risorto dalle ceneri del suo stesso vizio per trasformarsi in quell’essere indeformabile che adesso ci fissava con severità.

Finita la sua arringa difensiva, “il Principe” si ammutolì madido di sudore.
Io mi stavo principalmente cacando addosso.
Non ci rimase che abbassare lo sguardo in attesa di una sentenza che si preannunciava gravida di legnate. Sentivo che in quell’androne avremmo perso la vita o magari, nella più rosea delle ipotesi, l’uso delle gambe. Bengasina intanto, immune a quel clima arroventato, continuava a inveire al telefono.
Ignazio cabrón. Cuando vuelvo te mato. Te mato, entiendes”.
Dalla bocca di Bengasina sgorgava copioso un fiume di anatemi e malvagità all’indirizzo di un certo Ignazio. Non riuscivo a immaginarmi una colpa tanto grave da meritare un trattamento velenoso e sfrenato come quello.
Finalmente staccò la bocca dal cellulare e si rivolse al fratello in un italiano ancora più caustico.
“Lo sai cosa ha fatto quello stronzo di Ignazio? Ha fatto seccare la monstera deliciosa. Hai capito? La mia monstera deliciosa, aveva vent’anni quella pianta del cazzo”.
“Il Tommo” incassava quella sventagliata di parole col suo approccio silente, evidentemente forgiato negli anni ad assorbire la violenza della sorella.
“Quando si torna a casa ce n’è anche per te. Quel coglione alcolizzato l’hai voluto per forza a fare il giardiniere. Io mi domando, ma si può assumere uno che nella vita non ha fatto che ubriacarsi e giocare al biliardo?”.
Senza tradire alcuna vergogna per i rimproveri che Bengasina gli rivolgeva, “il Tatanka” seguitava nella sua introversione blindata e, più la sorella lo infamava con la sua vocina stridula e vituperante, più quello inchiodava i suoi occhi pieni di rabbia su di noi.
“Te non sei un fratello sei una maledizione incarnata in un coglione di due metri. Forza, fai l’unica cosa che sai fare!”.
“Il Principe” scuoteva la testa perché ormai il meccanismo era chiaro. C’era un rapporto direttamente proporzionale tra le invettive di Bengasina e i silenzi repressi del fratello. Quella donna, con la sua perniciosa malevolenza, non faceva altro che caricare “il Tommo” di frustrazione e odio. Le offese si accumulavano orticanti in un ordigno ormai al limite della tenuta.
“Perché te ne stai fermo? Ti sei giocato a carte anche quel poco di cervello che avevi? Forza!”.
L’attacco di Bengasina era inarrestabile e mirato, picchiava alla dignità de “il Tommo” con precisione e cattiveria. In tutti quegli anni, non gli aveva perdonato niente. “Il Tatanka” avrebbe continuato a pagare per un passato che lei non si sarebbe mai dimenticata.
Ecco cosa c’era dietro quei silenzi, a quella faccia dura come il cuoio: una rabbia senza limiti e senza via d’uscita, l’affetto trasformato in odio, l’avversione muta per una donna, sua sorella, che non avrebbe mai smesso di ricordargli il peso dei suoi fallimenti.
“Cosa c’è? Ti fa pena il tuo vecchio amico? Hai nostalgia del passato? Ci vuoi fare un partitina a rubamazzo?”.
Le mascelle de “il Tatanka” si erano serrate in un morso nervoso, mettendo a nudo la sua prima, muscolare, reazione umana.
Il corpo era fermo, ma dentro si intuiva una forza magmatica e fuori controllo, un’eruzione sul punto di esploderci addosso.
“Questi due ci hanno fatto un danno enorme, devi fargliela pagare”.
“Gesù mio, era meglio se affittavo un paio di albanesi, dai maledetto!”. Il barboncino si era liberato dalla presa de “il Tatanka”, e adesso ringhiava più forte della padrona. “Forza rincoglionito, fagli male!”.

Fu questione di un secondo e anche Bengasina fu costretta a tacere, perché suo fratello, “il Tommo”, detto “il Tatanka”, aveva agguantato un carrello della spesa e, dopo averlo sollevato in aria, stava puntando dritto verso di lei.
L’ombra del gigante aveva ormai inghiottito la piccola signora che, impotente, si era accasciata tra il pavimento e lo sportello della macchina.
Solo un secondo, una linea invisibile dopo anni di offese e accidenti, un segno soltanto dopo migliaia di gesti e parole inghiottite.
Accompagnato da un urlo primordiale, il carrello della spesa decollò con traiettoria a parabola per sorvolare le nostre teste e atterrare con fragore sul muso di una Panda gialla. La macchina era mia.
“Cazzo!”.
Fu tutto quello che riuscii a dire.
Poi “il Tommo” tornò verso di noi. Sembrava sorridere.
Alla sue spalle Bengasina piagnucolava.

“Francesco, amico mio, ti avevo chiesto solo due cose: una partita al biliardo contro uno forte e consegnare quella maledetta borsa ai cinesi”.
“Il Principe” lo ascoltava con la faccia impunita di un bambino che aveva rischiato di buscarne tante.
“Questo è il risultato: la partita l’ho dovuta giocare contro di te, che mi piaci ma non sei così bravo, e la roba ce l’ha il babbo smemorato di questo signore. Dico bene?”.
“Benissimo, ma la borsa…”.
“Chetati! Lo vedi il tuo amico, lui ha già capito, dovete solo tacere e chiedere scusa”.
Anche se continuava a riscuotere un certo timore reverenziale, adesso quel signore simile a un menhir, pareva più rilassato, quasi amichevole.
“Senti, io e te ne abbiamo passate tante, e se quel carrello non te l’ho messo al posto del cappello è perché nelle seconde possibilità ci credo ancora. Entro due giorni rivoglio la borsa, lo sai, i cinesi non sanno aspettare e io non posso trattenerli ancora”.
Lo spessore grigio dei suoi occhi si era dissolto e per un attimo vidi lo sguardo lucido del grande giocatore che avevo conosciuto.
Si dettero la mano.
“Grazie ‘Tommo’”.
Bengasina versava ancora in stato post-traumatico, suo fratello la raccolse da terra e la fece accomodare sui sedili posteriori dell’auto. Il cane lo sistemò invece sul lato passeggero.
La Mercedes si allontanò a gran velocità accompagnata dal suono delle gomme che fischiavano sul cemento. Restammo dunque soli, sudati e sbigottiti in quel sotterraneo.
“Il Principe”, visto che erano già passati dieci minuti, si accese una sigaretta.
“E adesso?”, domandai senza nemmeno guardarlo.
“Prima si va al supermercato a prendere due birre, poi se la macchina riparte, si va a Piombino”.