Il lato scivoloso delle cose

A un certo punto quella cosa ti costringeva a guardarla, la fabbrica di acciaio non era un edificio o un luogo: era un’entità. Un gigante metallico che gettava la sua ombra fumosa su tutta Piombino. Qualche volta la sua sagoma spariva, coperta dai palazzi dei quartieri popolari o chiusa fuori dall’intrico dei vicoli stretti. Eppure continuavi a sentirla, nera e incandescente, era ovunque. Quella presenza penetrava ogni cosa, dominava strade e persone, passava attraverso le finestre spalancate per la calura, galleggiava su tutto quel mare. L’acciaieria lavorava senza sosta alle spalle dei marinai e accoglieva centinaia di turisti, li accompagnava dentro il ventre dei traghetti poi, con le sue luci, li spingeva a largo, incombendo per diverse miglia e per sempre sui loro ricordi.
L’Iris bar doveva trovarsi nei pressi del porto, ma rintracciarlo in quella confusione era impossibile. Attorno a noi dilagava una vibrazione costante e bassa che faceva tremare la terra. Avevo quasi il timore che da un momento all’altro il suolo si sarebbe spaccato risucchiando tutto in un enorme grumo sonoro: le grida dei portuali, le radio accese, i motori in folle, quel cigolio di ingranaggi, il tanfo della morchia e dei doposole, il rumore cupo di tonnellate di ferro sospese in quell’acqua unta.
Camminavamo spediti tra le centinaia di auto in attesa di essere imbarcate. Con quella temperatura nessuno poteva sostare in macchina, così il porto era battuto da una massa di villeggianti scalpitanti, pronti a lasciare Piombino con gli ultimi traghetti della sera.
Venni distratto dalla vivace conversazione intrattenuta tra un portuale e una signora di mezz’età, una cariatide talmente abbronzata da sembrare laccata.
“De signora, al canino bisogna gli metta la museruola, sono le regole, via non faccia storie”. “Ma cosa crede. Il mio Walter è un cane addestrato sa”.
L’uomo in divisa gettò un’occhiata perplessa al piccolo esemplare di carlino ai suoi piedi, accorgendosi così dell’abbondante porzione di escrementi espulsa dall’animale nei pressi delle sue scarpe d’ordinanza.
“Senta, visto che ci siamo, a codesto sorcio gli metta anche un tappo nel sedere, che fa degli stronzi sembrano manici di valigia”.
Intanto “il Principe” era sgusciato fuori dalla ressa, quasi di corsa procedeva in direzione di un marinaio seduto su un cumulo di cordame. Con gesto svogliato il tipo alzò la mano in segno di saluto.
Nell’accendersi la rimanenza di un sigaro, la figura esibì un profilo sbalorditivo e indecente. Sorretto da poderose mascelle, il mento di quell’uomo prorompeva dal volto ben oltre i limiti del normale. Una tale escrescenza produceva lo sgradito effetto ottico di una testa piccola con delle fauci enormi. Per concludere, il perverso accanimento del fato aveva consegnato al corpo di quell’infelice, membra tozze e irregolari. Mi ricordava un animale, un molossoide terribile ma in fondo buono, forse un bulldog; magari era un incrocio tra un carlino e un uomo, magari era parente di Walter.
“Ma lei è un villano, non le permetto di rivolgersi al mio cucciolo con questi modi”
“Speriamo che codesta bestia sappia anche nuotare, perché se non gli mette la museruola glielo volo in mare”.
Accelerai il passo per raggiungere “il Principe”, morivo dalla curiosità di sapere cosa avesse da raccontargli quel marinaio. Inoltre desideravo contemplare da vicino un monumento all’apparto boccale come quello.
Purtroppo non fui così lesto. Vidi “il Principe” afferrare un piccolo oggetto dalle mani del tipo, metterselo nella tasca della camicia, e tornare con una certa soddisfazione verso di me.
“Chi era quello?”.
“Quello è Luigi ‘mi ci piove’, smettila di fissarlo e andiamo via”.
“Ora vengo, comunque al circo pagherebbero per vedere uno così”.
“In effetti la natura non gli ha voluto bene, in compenso sa un sacco di cose anche se non vuole dircele tutte”.
“Fammi qualche esempio”.
“Per esempio sa che qualcuno ha fatto un lavoro davanti all’Iris bar, che i carabinieri se ne sono accorti e che ‘il Gioielliere’ ultimamente pare molto più agitato del solito”.
“E questo è un bene, vero?”.
“Secondo Luigi, ‘il Gioielliere’ non è indifferente all’accaduto”.
“Allora siamo sulla strada giusta”, esultai, mentre i primi segnali di concreto ottimismo irrompevano sul corpo de “il Principe”.
A dimostrazione di una promettente evoluzione degli eventi c’era infatti l’andatura del mio amico che, soprattutto quando era contento, si faceva più tronfia. Estrofletteva il petto accompagnando ogni passo con leggeri molleggiamenti delle spalle scanditi dal suono stracciato delle suole sull’asfalto. Quando spalancava le porte dell’Accademia e attraversava la stanza dei biliardi per raggiungere il suo tavolo, camminava esattamente così. Una movenza che ricordava Tony Manero mentre avanzava ammiccante sulla pista da ballo.
“Sì, la cosa è incoraggiante, ma ancora non è il momento di masturbarci a vicenda, non sappiamo neanche se la valigia ce l’ha lui oppure no”.
“Scommetto che è proprio questo che Luigi non può dire”.
“Esatto, non voleva neppure dirmi come fare per mettersi in contatto con ‘il Gioielliere’, ha fatto storie persino sul suo aspetto, ma alla fine…”.
“Alla fine… cosa?”, si accese una sigaretta per dare maggiore enfasi al momento.
“Dice che ieri non si è visto al biliardo, ma nessuno ha sentito la mancanza di uno zoppo rompicoglioni intorno al tavolo”.
Mi lasciai andare a un abbraccio celebrativo, non sapevo se fosse davvero una cosa da festeggiare, ma cominciavo a sentire l’impresa de “il Principe” parte della mia. In fondo sapevo che trovare quella valigia dai contenuti insondabili era parte integrante della mia parallela ricerca, diciamo pure un effetto collaterale, ma la pillola andava presa così com’era. Mi dovevo rassegnare.
“Allora è lui!”.
Contraccambiò l’abbraccio con una legnosa pacca sulle spalle, poi si scostò con malcelato imbarazzo. Ci stavamo allontanando dalla zona delle partenze, alle nostre spalle lo schiamazzo felice della gente non riusciva a nascondere la tristezza di un simile luogo.
Avvertivo quel fruscio maledetto che soffiava di tanto in tanto su di me. Potevo quindi raggiungere il porto di Piombino nella mia topografia personale dei punti di confine: esattamente tra il divertimento e l’angoscia. Impossibile non avvertirne subito attrazione e sdegno: un impulso, mai del tutto vinto, che portavo dentro fin da piccolo. Faceva parte del lascito non ufficiale di mio padre, un’eredità occulta che stavo incassando un pezzo alla volta. Compresi allora quanto R. fosse presente in me. Dietro la forza inspiegabile che mi spingeva verso il lato scivoloso delle cose c’era la sua mano. Non era una sensazione passeggera favorita dall’aria malinconica del porto, ma una costante esistenziale. Ero cresciuto all’ombra di un uomo che era sempre riuscito a sfuggirmi, a seminare tra di noi una distanza dolorosa, ma piena di fascino: quando era via per lavoro, quando sbatteva la porta e usciva, e infine quando, invece di prendere a calci un pallone, mi insegnava a trasformare la stecca in un prolungamento della mente.
Era una vita che provavo ad acciuffarlo. All’inizio seguivo fedele le sue orme nella speranza di compiacerlo. Poi, col crescere, avrei voluto inchiodarlo ai suoi limiti, dimostrargli che potevo batterlo, che io ero diverso. Ovviamente non riuscii in nessuna di queste missioni. Anche allora, mentre inseguivo un padre vecchio e malandato, scoprivo che il tentativo di liberarmi di lui era fallito.
Udivo la stessa vocina bisbigliare all’orecchio e ruggirmi nella pancia, una litania che diceva: “Fanculo maledetto bastardo, ti lascerò crepare a Piombino”. Ma se ascoltavo bene potevo rintracciare, sotto le ceneri della rabbia, il solito, potentissimo, messaggio subliminale: “Che posto incredibile e scivoloso! Grazie per avermi portato fin qui”.
Così, appoggiati a una bitta, fummo di nuovo schiacciati dallo spirito dell’acciaieria. Contemplavamo l’industria vincere su tutto. Neppure il mormorio del mare, con le sue promesse languide, riusciva a resistergli. Intanto “il Principe” non smetteva di ripetere quello che, secondo le sue previsioni, doveva essere il nostro schema vincente.