L’ultimo androceo

L’intenzione era quella di non solcare più la soglia di una sala. Tra i tanti propositi di un approccio finalmente bilanciato all’esistenza, c’era quello di prendere le distanze dalle troppe suggestioni di un‘adolescenza che non sembrava finire mai. Il biliardo si era estinto da tempo assieme ad altre languide passioni che abbracciavano una discreta varietà di attività dissolute. In effetti, aver smesso di giocare, aveva significato anche abbandonare la sola possibilità di trascorrere un paio d’ore pacifiche con il mio vecchio. Sfidarci placava i nostri conflitti. Niente scontri di generazione, nessun rumore di piatti esplosi contro i muri, neanche l’eco della battaglia che impegnava indefessamente la mia gente da quando ero nato. E’ sempre stato così, dopo averlo offeso e maledetto con tutta la forza che avevo, capitava di ritrovarlo al tavolo verde e dimenticare tutto. La sua autorità in materia era una delle poche che riuscivo a riconoscergli, solo così sapevo accettarne il consiglio e la sconfitta. Restavamo diversi nello stile, ma uniti contro il basilisco. Abbiamo difeso quel territorio nonostante la sua malattia, amnesia retrograda la chiamavano i medici, dopo c’è stata la sua fuga in se stesso e poi chi sa dove.
L’ischemia gli impediva di ricordarsi persino come tornare a casa ma non aveva sbiadito le sue geometrie pulite, il suo approccio svagato a una disciplina tanto severa. Non saprei spiegare come abbandonammo il giocare, semplicemente un giorno smettemmo di farlo. Forse avevamo finito di azzuffarci nella vita e non sentivamo più il bisogno delle magie del basilisco per accordarci, o forse lui smise di chiedermi di accompagnarlo alla sala, tanto avrei avuto sempre qualcosa di più importante da fare. Ecco, ora che la cosa più importante era capire dove fosse finito un uomo di 66 anni dalla memoria labile, iniziavo la mia ricerca da lì. L’accademia, ultimo androceo della modernità, un posto dove volendo era facile nascondersi.
Nove tavoli dal prestigio crescente, riparo per anime turbate: qualche eccellenza, moltissime promesse disattese, tutte vittime dello stesso sortilegio. Giocatori, faccendieri, gente che non si è mai capito di cosa si occupasse, pensionati dal passato glorioso, pensionati che non c’hanno mai capito un cazzo ma guai a dirglielo, scommettitori compulsivi, dilapidatori di patrimoni, ognuno, in fin dei conti, in fuga. C’è qualcosa in chi frequenta il biliardo che lo fa assomigliare più a un naufrago che a uno sportivo. Non si tratta di prepararsi la borsa con ciabatte e accappatoio per affrontare con il giusto zelo l’allenamento quotidiano. Al biliardo si arriva trafelati, di nascosto o al massimo mal sopportati dalle proprie donne. Si entra col buio per trovare altro buio, non è garanzia per alcun miglioramento del fisico piuttosto espone a un progressivo arrugginirsi dell’anima, è un richiamo sotterraneo che attira a sé le figure più bizzarre della tassonomia umana. Naufraghi, ma affiliati alla loggia più segreta e disperata, questi uomini si raccolgono in un tempio dove non batte mai il sole per rendere omaggio al loro dio. Riconoscevo molti di loro, nel gruppo spiccavano i veterani, come sempre appollaiati ai tavoli più alti. Ai novizi o ai più scarsi si lasciavano biliardi più battuti e difettati, su quei tavoli avevo passato anni. Attraversavo il corridoio mentre i sensi si accomodavano alla penombra, al suono secco di un raddoppio preso bene e al fruscio piacevole degli ometti che cadono sul panno. Avrei avuto voglia di fare una partita, ma non era il momento. Cercavo l’unico uomo là dentro capace di dare un senso a quello strano biglietto: Renatino l’usuraio, detto l’avvocato, detto “centomila”.
Alle spalle di Renatino si è sempre parlato con sospetto e vivo risentimento. Il fatto che nel tempo libero, oltre che a dedicarsi al giuoco del biliardo, faccia l’usuraio non l’ha mai aiutato a scalare la classifica dei personaggi più popolari dell’Accademia. A peggiorarne il quadro personale, si distingue un atteggiamento di supponenza irritante da sempre accompagnato da un sorrisetto malevolo quanto insidioso. Da uomo astuto, più che intelligente, ha ritenuto opportuno orientare le sue abilità in direzione dello sfruttamento delle debolezze altrui, sostenuto soprattutto da un acutissimo senso del tempismo. Quando le cose vanno in malora lui, come un genio della lampada a pagamento, fa la sua mefitica comparsa. Renatino agisce così: in una prima fase si tiene a distanza, ti tratta persino con rispetto, ti osserva. In realtà sta solo attendendo che ti capiti qualcosa: una svista, un errore, perché no una bella disgrazia. Per lui tutte le inevitabili controindicazioni dell’esistenza sono gradite. Di fatto, il momento del declino altrui corrisponde al suo trionfo. Non è mai stato fisicamente violento; l’esercizio della forza, nella sua accezione così risolutiva, non gioverebbe ai suoi interessi. I suoi guadagni più consistenti originano infatti da meccanismi estorsivi lenti e allusivi. Se qualcuno dei suoi debitori, per la maggior parte giocatori, si trovasse nell’infelice condizione di non poter saldare la sua rata, Renatino non si metterebbe certo a minacciarlo con una spranga in mano. Modalità così ruvide mal si accorderebbero alla sua natura finemente strategica.
Lo sventurato verrebbe accolto piuttosto con una lasciva pacca sulle spalle, l’avvocato insisterebbe quanto basta per offrigli un caffè e infine, tra una facezia e l’altra, farebbe vibrare i suoi sonagli a sufficienza per recapitare bene il messaggio.
“Ho notato che tua moglie ha cambiato taglio di capelli, così è ancora più bella. Sai, per caso l’ho incontrata davanti alla scuola dove va vostra figlia. Come si chiama la piccina?… no, non dirmelo, Caterina. Tanto una una brava bambina”
Minima esposizione, massima resa. Nella pratica di strozzino come nel biliardo, Renatino il cravattaro preferiva alle azioni altisonanti, uno stile più sobrio e subdolo ma ugualmente efficace. Non era raro che concedesse alle sue vittime di potersi rifare con una partita all’italiana. Le esortava a raddoppiare la posta grazie all’anticipo di un discreto vantaggio: “Ti do 20 punti, magari una volta nella vita ti riesce di vincere. Se ce la fai toglieresti qualche brutto pensiero anche a quella santa di tua moglie.”
Soffocati dal debito e accecati dalla voglia di piegare il loro aguzzino, non facevano altro che aumentare i diritti di Renatino sullo loro già tristi vite.
Giusto in quel momento si stava concludendo una di quelle sofferte pratiche. Come sempre c’era un disperato che si avviava verso l’inevitabile perdita dei suoi pochi averi.
“Dai! non puoi sbagliare una palla così, eppure prima eri uno che qualcosa ci intendeva a questo gioco.”
Il ghigno compiaciuto dell’avvocato, rendeva ancora più odioso dover ammettere che, oltre ad essere un figlio di puttana, era anche un apprezzabile giocatore.
Certo non era esaltante, ma sbagliava poco e se gli accadeva di avere il tiro libero era un castigatore. Dal buio di un tavolo spento lo osservavo compiere il suo infido disegno, poi mi feci avanti.
“Guarda chi c’è, era un po’ che non ti si vedeva.”
“Lo sai, per disintossicarsi ci vuole il suo tempo.”
Alzò un sopracciglio, forse nell’ipotesi di una tossicodipendenza aveva intravisto un margine di guadagno.
“Disintossicarti?”
“Si, dal biliardo, ma non mi riesce.”
La mia risposta sembrò quasi deluderlo, poi, e speravo che fosse lui a farlo, mi chiese di mio padre:
“O il tu babbo dove l’hai messo?”
Era la mia occasione, tirai fuori il foglio e lo misi sul tavolo.
“Speravo che qualcosa in più me la dicessi te.”
Renatino gettò un occhiata disinteressata su quelle strane scritte. Per un istante mi parve di sentire gli ingranaggi della sua psiche meschina cigolare. Per uno come lui non sarebbe stato difficile approfittarsi di un uomo con dei vuoti di memoria come quelli di mio padre. In pratica avrebbe potuto sfruttare la sua l’incapacità a ricordare ricattandolo per sempre.
E invece, dalle profondità inesplorate della sua morale, apparve un timido moto di solidarietà:
“Senti, qui all’Accademia al tu babbo gli si vuole tutti bene. E io non mi permetterei mai di fargli un torto. E poi, di favori – i prestiti li chiamava così – non glieli ho mai fatti.”
“E allora che vuol dire questo biglietto?”
Renatino fece oscillare sul polso un Rolex eccessivamente largo.
“Ce l’hai una mezz’oretta?”
“Ce l’ho.” Risposi.
“Allora si fa una partita all’italiana – disse perentorio – ti do 10 di vantaggio, così ti spiego un po’ di cose sul tu babbo.”