Metamorfosi di un impiegato

Quando eravamo ancora sufficientemente piccoli da non poter esercitare il diritto di replica mio padre ci portava alla Mazzanta. Una zona al limite del paludoso, approdo estivo per foltissime comunità di coatti e tedeschi coi sandali di gomma. Lui pensava che ci facesse piacere e forse per un po’ è stato davvero così. La Mazzanta era il compromesso tra un villaggio e un luna park, un teatro che sapeva accogliere tutti noi tra le luci iridescenti del calcinculo e la voce ammiccante di uno zingaro senza denti: ” Bimbo piangi che mamma te lo compra”.
In quell’orizzonte becero si imponevano i giganti dell’intrattenimento, macchine da un paio di mila lire al giro che parevano animarsi solo grazie alla peggiore musica in circolazione. Quella, nello specifico, era la stagione di un infelice motivo che saturava ogni ambiente con poche ed enigmatiche parole:
“This is the rhythm of the night, the night, oh yeah”
Mi facevo violentare da tutto. Oscillavo sul barcone, vibravo sul tagadá (strano congegno dove era apprezzato rischiare i propri incisivi esibendosi saltando), facevo frontali sulle auto a scontro.
All’epoca non capivo l’esigenza di mio padre di concludere le nostre serate d’agosto in un trascurato bar della zona. Nessun video game dove imbucare monete o distributore obeso di schifezze da svaligiare, in quel luogo assopito c’erano solo vecchi, un flipper riportante l’eterna scritta “Guasto” e, nascosto nelle tenebre, un qualcosa chiamato biliardo.
“Signorina, gentilmente, ci accenderebbe il tavolo?”
Il mio sogno era quello di vedere la signorina, come la interpretava il babbo, estrarre un lanciafiamme dal bancone e dare fuoco, prima a quel vetusto mobile, poi alle cariatidi che gli gravitavano attorno e infine, in un rogo purificatore, al locale tutto.
Invece, quella signorina che senza dubbio oltrepassava il quintale di peso, si imitava a voltarsi e alzare svogliata un interruttore.
“CLIK”
Quello era il suono che annunciava la sua rivelazione, dal buio, come il Leviatano dagli abissi, emergeva la creatura più pericolosa: ferma, misteriosa, dalla pelle tutta verde. Pur non comprendendo perché un uomo e suo figlio dovessero impegnarsi tanto nel far rotolare delle biglie su di un tavolo, percepivo la distanza orgogliosa di quel gioco da tutti gli altri svaghi e mi ci avvicinavo con il rispetto che si dovrebbe ad un nobile decaduto. Giocare infatti pretendeva un certo numero di riverenze e rituali, codici per la maggior parte insostenibili da un bambino in salute, figurarsi da un soggetto ipercinetico come me.
La questione che mi pesava di più era quella del silenzio. Perché qualunque risultato ottenessi doveva realizzarsi nella più rigorosa assenza di reazioni umane? Quale forza ci tratteneva dall’imprecare se sbagliavamo o dall’ esultare tronfi se abbattevamo i birilli? Insomma, se un compagno falliva un rigore era socialmente legittimato a maledire sé stesso, a inveire contro le tante forme animali che le divinità ostili sanno assumere per punirti. In qualsiasi altro prato, strada, palestra nessuno avrebbe potuto obiettare se dopo aver segnato un goal avessi ostentato superiorità e dileggio per l’avversario. Quel gioco invece era muto, seppur circondati dal caos della Mazzanta, attorno a noi c’erano solo ombre e i suoni sbiaditi delle sfere sul panno.
Il mio maestro poi, aderiva a quel comandamento con fede assoluta: uno sguardo compiaciuto per un rinterzo ben eseguito e una critica sussurrata per le centinaia di colpi sbagliati, bevuti, fuori misura, sbracciati, troppo carichi di giro, scarichi di giro o col giro “promesso”, pericolosi, fuori dalla mia portata, senza intenzione, “zuccati”, mosci, sfondati, semplicemente fortunati.
In particolare la fortuna era considerata la peggiore tra le colpe.
“Da un errore puoi imparare molto, dalla fortuna niente” Così il babbo mostrava un profilo del tutto inedito, con la stecca in mano si faceva più serio e cogitante, un calcolatore affilato.
Alle prese con diagonali invisibili e “diamanti” intarsiati non sembrava l’uomo divertito che conoscevo, quel gioco scopriva una parte livida della sua natura che non sapevo collocare.
Ben presto mi convinsi che il biliardo, invece di un passatempo, fosse in realtà uno spazio tormentato, una passione sovversiva dove anche gli uomini più brillanti si vestono d’ombra.

Una bella sera trovammo il tavolo occupato. Si sfidavano due ragazzi tracagnotti con capigliature impomatate e prossime all’unto. Ora li descriverei come un paio di debosciati che si perdono tra il biliardo ed il segnapunti, allora erano figure ammantate da un fascino irraggiungibile, idoli fasciati da cinturoni arrecanti l’esotica dicitura:
“El Charro”.
A testimonianza della loro tempra irriverente, due bottiglie di birra abbandonate sulla sponda del tavolo, un gesto disinvolto e dall’inequivocabile richiamo ad una vita vissuta al limite.
“Babbo che vuol dire El Charro?”
“Non saprei, comunque è bella anche la tua: che c’è scritto?”
” El Campero… non suona così ganzo”
” Non ti buttare giù, per reggerti i pantaloni va bene anche El Campero”
Lui era fatto così, riusciva a smontare le mie velleità estetiche con un’ironia che mi faceva ridere e ringhiare assieme.
“Vai, chiedigli se ti fanno giocare, magari fate amicizia e ti dicono dove hanno comprato delle cinture così sobrie”
Mi avvicinai proponendo l’andatura più sciolta del mio goffo repertorio, ripassando mentalmente una frase d’esordio che regalasse anche a me un po’ del carisma smaliziato che gli invidiavo.
In realtà avrei voluto soltanto lasciare quei due al loro brutto gioco, invece rilanciai.
“Una sfida vi va?”
In effetti il termine sfida non si distingue per la sua carica conciliante o amichevole, me lo si fece notare in un purissimo livornese che mi arrivò al petto come una fucilata.
“Dé, bimbo, perché non vai gioà sur bruo mela?
“…e poi ar biliardo un ci arrivi nemmeno… Vai vai dar tu babbo”
Colpito e affondato. Tornai indietro con il mio carico di rabbia variegato alla vergogna. Vivevo la cocente e definitiva espulsione dal club dei giovani moderni e dinamici. Ero solo un bimbominchia disarcionato dal bruco mela. Colpa di mio padre, colpa del biliardo e di tutte quelle serate sacrificate ad abbattere e rialzare ometti. Certo, ometti, perché chiamarli birilli sarebbe stato troppo semplice per un gioco nobile e rompicoglioni come quello. Avevo chiuso con lui e le sue geometrie sbilenche, avrei finalmente lasciato l’unico posto dove il solo esemplare di genere femminile era una banconiera che pesava quanto il barcone dei pirati. Rivolevo le sale giochi piene di adolescenti brufolosi e flipper da prendere a pedate, le pallonate contro i muri, il chiasso di un petardo schiantato in un vicolo, rivolevo le inafferrabili ragazze strette nei loro fuseaux lisergici, rivolevo il tagadá.
Non restava che urlare a mio padre la volontà insindacabile di fuggire per sempre da lì. Lo avrei fatto, niente me lo avrebbe potuto impedire, a parte un occhiolino complice e queste poche parole:
“Ora andiamo, dammi 10 minuti che questi non si trovano neanche il pisello nelle mutande”.
Chi era quell’uomo? E dove andava con quella sicumera? Aveva le forme tranquille e gioviali che conoscevo ma armato di stecca pareva avviarsi verso una sanguinosa resa dei conti.
“Allora… Per il bruco mela sono troppo grande ma al biliardo ci arrivo bene, ci giochiamo il tavolo e le birre. Goriziana scempi e doppi, si chiude a 300.”
Silenzio. Uno dei due declinò l’invito poi, quello che evidentemente era il più cretino, non tardò a farsi riconoscere:
“Dé per me si pole anche fa, ma le birre sono già pagate e poi a te t’ho già visto che gioi bene”
L’uomo in preda a una mutazione caratteriale con sembianze paterne non si sarebbe fermato, diede il gesso alla stecca e si avviò implacabile verso il segna punti:
“Io parto da -100″
Il display annotò lo svantaggio con rumore elettrico; io però lo scambiai con l’eco di una campana, l’annuncio inequivocabile di una carneficina.
La partita si esaurì in un tempo breve ma sospeso, ecco a cosa serviva quel silenzio: a piegare il tempo fino ad annullarlo, a trasformare il gioco in rito.
Anche il buio cambiò volto: non era più il sintomo di un vecchio vizio abbandonato al suo esilio, ma il tributo che si deve ad ogni teatro che si rispetti.
L’oscurità era il riparo per me come per ogni altro spettatore: buio sulle bettole di periferia, sulle case del popolo in campagna, sulle sale giochi o sui casinò per milionari. Buio ad inghiottire tutto, dalla Mazzanta a Las Vegas. Quando la luce avvolge un biliardo, il resto deve spegnersi.
Ricordo l’acchito incerto del giovane e la punizione fulminante che dovette subire. Una rasoiata da 36 punti che avrebbe piegato un elefante. Così R. prese il controllo del gioco per non perderlo più. Sentivo la spavalderia di quel ragazzo virare in una tensione imbarazzata ad ogni colpo che falliva, lo immaginavo cercare una via di fuga inesistente mentre ciò che rimaneva del suo orgoglio gli imponeva di rimanere lì, rosso in volto e muto. Girava intorno al tavolo come se si fosse perso, ma quella bestia aveva solo quattro sponde e dall’altra parte trovava sempre il suo avversario, un tranquillo e spietato signore in vacanza, un normale impiegato in metamorfosi.
Cominciai a realizzare che quella creatura era viva, aveva sangue caldo e squame di smeraldo, in molti le si avvicinavano ma saperla domare era privilegio di pochi.
Quelli che ci riuscivano, e non bastava essere un tizio con la camicia aperta e il pelo in evidenza, cambiavano forma e da padri di famiglia diventavano eroi.
Accarezzato dalla fortuna il duro della Mazzanta si aggiudicò una spudorata difesa: biglie distanti e agli angoli incrociati.
Il suo avversario non si scompose, si allontanò qualche passo dal tavolo, e mi sussurrò all’orecchio.
“Com’è questo biliardo?”
“Babbo me lo hai detto un milione di volte… È freddo e col panno battuto”
“E allora?”
“E allora, stringe i rinquarti di calcio e le palle corrono meno”
“E poi?”
“La sponda lunga di sinistra stringe ancora di più.”
“Tu masticassi così la matematica eviterei di venire ai ricevimenti a scuola.”
Prese la stecca, la sollevò e colpì la biglia dall’alto verso il basso. La sfera fuggì imbizzarrita e disegnò sul panno una parabola tagliente come una scimitarra.
Sponda, sponda, impatto, birilli.
Quella era infine la ricompensa offerta dal basilisco, la terribile creatura detta biliardo, non la semplice vittoria ma una magia che ti cambia per sempre. Più in là avrei letto di storie e uomini simili: nell’arpione di Achab contro la balena o nell’affondo di Amleto su Polonio sarebbe rimasto il marchio dello stesso incantesimo.
Uscii da quel luogo esaltato, fuori ci attendevano le fluorescenze del luna park, tutto girava e urlava come prima coperto però da un velo più opaco. I colori più belli se li era presi il basilisco, me li avrebbe restituiti soltanto giocando con lui.