Di sicuro è la candela

Il suono accelerato dei nostri passi rimbalzava contro le mura sbiadite delle case. La presenza umana in quel vicolo deserto era testimoniata da poche luci ancora accese e da una donna in zoccoli e bigodini aggrappata alla ringhiera di un terrazzo. Si sporgeva allungando il collo, lasciando che la gravità richiamasse verso il basso un seno assai mobile e prospero. Sembrava cercare qualcosa. In effetti, pochi metri sotto di lei, si agitavano due ragazzi intenti a pomiciare con assoluto vigore. I giovani innamorati, aggrovigliati su un motorino, sembravano non soffrire affatto i richiami striduli della signora e continuavano nel loro cimento oscillando sotto la spinta della passione.
“Jessica se un sali subito ti mando il tu fratello, ‘si lo vedi se ti passa il ruzzo di fa codeste cose in mezzo alla via!”.
Si possono certo comprendere le ragioni che spingono una madre a trattenere la figlia dal concepire sopra la sella di una vespa ma, probabilmente, la donna trascurava il valore quel bacio. In effetti, per quanto sguaiata, l’effusione selvaggia che avevamo innanzi era di gran lunga la cosa meglio riuscita in quella strada. Una sorta di atto irriverente e poetico in mezzo al cascame di un quartiere abbandonato. Insomma tra i fumi delle ciminiere, i cassonetti ricolmi e l’insegna di ‘Alvaro l’elettrauto’ c’era amore.
“Si si, digli di scendere a Gionni così gli cao ner petto a quel segaiolo”.
Magari la poesia ce la vedevo solo io, ma l’irriverenza c’era tutta.
‘Il Principe’ si avvicinò al motorino, annunciandosi agli amanti con un piccolo, introduttivo, colpo di tosse.
“Scusate l’intrusione, ma io e il mio amico purtroppo ci siamo persi”
I due sciolsero le lingue da loro amplesso, mostrando piuttosto che imbarazzo un tangibile giramento di palle.
Alzai un mano per salutarli.
A quel punto, mentre il ragazzo si passava il palmo sul mento lucido di saliva, Jessica prese la parola.
“Persi per dove?”
“Si cercava l’Iris Bar”.
Pronunciate queste magiche parole la giovane mutò espressione, un passaggio radicale dal risentimento alla forma più ostile di diffidenza. La coppia avviò quindi una serrata trattativa punteggiata da rapide occhiate inquisitorie nei nostri confronti .
Lei, decisamente più restia, lo invitava a lasciare perdere, “dai Sergio guarda che visi c’hanno questi, dammi retta con quei musi si può essere solo della Digos” lui invece nicchiava : “dici? a me fanno quasi tenerezza”.
Provai a ridimensionare la questione:
“Ragazzi vi abbiamo chiesto un indicazione, mica i documenti. A noi basta sapere …”
“I documenti? lo vedi che sono della Digos! Vogliono i documenti questi maledetti, senti Sergio io torno su, te fai come ti pare”.
In poche mosse Jessica scese dal motorino, aprì la porta di casa e prima di sbatacchiarla con violenza ci mostrò il dito medio corredato da un unghia smaltata color canarino fluorescente.
Sul quartiere calò il silenzio e Sergio , evidentemente avvezzo a simili episodi, restò immobile esprimendo con un alzata di spalle inerme la sua unica reazione.
Al piano di sopra, anche la signora in bigodini era rincasata non prima di suggerire al giovane, con il garbo misurato di sempre, di rivolgere le sue attenzioni sentimentali altrove.
“Sergino me lo fai un piacere, ti levi dai coglioni per sempre? Alla fine ci arrivi anche da solo a capire che Jessica è troppo per uno stronzo come te”.
La figlia era sua, non c’erano dubbi.
Così, abbandonato e offeso, anche il ragazzo tentò la strada del ritorno. Ad impedirglielo un motorino senza vita che si sforzava di rianimare a suon di pedate e maledizioni.
Nel frattempo ‘il Principe’ inaugurò il secondo pacchetto della giornata, sfilò una sigaretta e la passò al ragazzo.
“Fumi?”
“Si” rispose l’adolescente, afferrando l’omaggio senza complimenti.
“La miscela c’è?”
“De’, l’ho fatta ieri”
“Allora è la candela”
“Dici? Io non so nemmeno com’è fatta. La Vespa me l’ha prestata lo zio”.
A questo punto il nostro Sergino venne cortesemente invitato a farsi da parte per assistere al compimento di un nuovo miracolo dell’ingegneria. Ebbene si, l’imperscrutabile disegno del fato aveva deciso di benedirlo mandando in suo aiuto un uomo generoso e polifunzionale, ‘il Principe’, il signore indiscusso delle Vespe grippate.
Nella sua nuova veste di meccanico e gentiluomo ‘il Principe’ si muoveva con inaspettata perizia: aprì lo sportello del motore, staccò il coperchio della candela ed estrasse quest’ultima analizzandola con metodo scientifico. Poi alzò la sella, rovistò nel vano sottostante e ne ricavò un straccio lercio quanto le fogne di Calcutta. Si prese il suo tempo la canaglia, ripulì la candela con calma, quasi affettuosamente, dopodiché la ripose nella suo alloggio proprio come se stesse mettendo una supposta nell’orifizio di un bambino. Infine chiuse il piccolo coperchio e abbassò la sella accompagnandola con cura verso il basso. Pareva che nella vita non avesse fatto altro che riparare motocicli per sedicenni.
Ormai il giovane era agganciato, osservava il suo benefattore arricciare l’orlo del pantalone e tirare verso l’alto una finissima calza di seta nera.
Un gesto, quest’ultimo, assolutamente inutile ma dall’indiscutibile impatto scenografico.
L’esperimento ipnotico del Principe era ormai al suo stadio avanzato, il giovanotto seguiva ogni suo gesto con stupore crescente.
“Vedi Sergio, le Vespe non sono così difficili da trattare, un po’come le signore.”
Espresso questo ridicolo concetto, afferrò il manubrio del mezzo con presa sicura e puntellò il piede sulla pedalina ricurva. Si poteva dunque apprezzare una posa orgogliosa e virile esaltata dall’esuberanza di una mocassino scuro impreziosito da un paio di nappine sfrangiate.
Così, prima dell’affondo, spostò il peso sulle braccia ed inarcò il bacino in avanti. Un paio di movimenti pelvici rafforzarono la facile analogia donne/motori con spudorata evidenza. Adesso era chiaro anche per l’immaginazione più acerba, ‘il Principe’ non stava riavviando una moto, la stava possedendo, le riaccendeva i sensi con sensualità e impeto maschio. Infine la penetrazione.
Bastò un colpo solo, una tenera ma decisa spinta e la Vespa, finalmente appagata, riprese a cantare a pieni giri.
Sebbene l’effetto ‘Principe’ gli fosse già entrato in circolo, Sergio si trattenne con un orgoglioso grazie, poi si rimise in sella e fece per andarsene.
“Allora ciao Sergio, stacci bene e non mollare con Jessica, si vede che è una ragazza che vale, ma ricorda: anche te non sei male.”
Facemmo giusto qualche passo, appena il tempo sufficiente per far notare al mio amico che manipolare in quel modo un minorenne faceva di lui il più grande figlio di puttana che avesse calpestato il globo terracqueo, ed ecco che da un viottolo laterale ci colse il rombo di un oggetto lanciato a tutta velocità, una macchia scura che puntava esattamente verso di noi. Poi il suono stridulo di una frenata introdusse il volto butterato d’acne del nostro Sergino.
“Comunque l’Iris bar è tutto da un’altra parte”.
“Allora accompagnaci”, dissi io.
“Sarà meglio, perché da qualche giorno, in questo quartiere di merda, circola un po’ troppa gente strana”.