Il signor Guarducci e il lupo cattivo

Quella notte il disegno spregioso di un inconscio volubile dette vita a sogni tormentati e dai significati sibillini.
La prima immagine a squarciare il velo mentale del sonno fu l’inconfondibile nota classica del suo dopobarba.
Una fragranza – come lui amava dire – ormai irreperibile sul mercato, residuo di una scorta salvata dalle angherie del tempo e dall’avvento di tutti quei miasmi che imperversavano sulla scena dell’eau de toilette.
Fu proprio lui a farmi notare come la maggior parte delle persone fosse completamente ignara di avvilire il proprio corpo con l’utilizzo scellerato di deodoranti dozzinali. «La gente puzza, e con quei profumi da morti di fame peggiora solo la situazione».
«Certo, lei ha pienamente ragione», gli rispondevo di solito.
«Non capisce che è come mettere un fiocco al maiale. Senti piuttosto la squisitezza di questo prodotto».
Così allungava il collo rugoso in attesa di un responso che, pena il ripudio, poteva solo confermare la bontà insindacabile della sua scelta.
Dovevo essere convincente però, se lo avessi adulato con eccessiva piaggeria, mi avrebbe allontanato come faceva con il resto del genere umano.
Tra tutti i giocatori, infatti, solo io avevo il privilegio di potermi avvicinare a lui con tanta confidenza.
Poco dopo, assieme a quell’odore, si intrufolò nella mia mente la vibrazione di un doppio suono metallico: cla-clac. Quello doveva essere lo scatto della sua borsetta porta stecche.
Era un’altra delle sue cifre stilistiche, quando il vecchio l’apriva per estrarne il prezioso contenuto, tutti si dovevano voltare, pareva una ghigliottina.
Ecco dunque che l’austera immagine di un ottantenne elegante e solitario cominciava lentamente a prendere forma.
Al centro di una sala che poteva ricordare l’Accademia, sognavo un uomo muoversi piano, mentre lucidava la sua arma preferita; quell’uomo, figura eminente nel mondo del biliardo, era il signor Guarducci.
Di nome faceva Serafino, ma all’Accademia tutti lo avevano chiamato sempre e soltanto così: il signor Guarducci.
Il fatto che non si rivolgessero a lui con un soprannome o dandogli del tu era la riprova del suo alto lignaggio.
Non è mai stata del tutto chiara la dinamica che portava un uomo del suo rango a investire la quasi totalità del tempo che gli restava da vivere in una sala biliardi; c’erano alcune voci in giro, ma rimbalzavano puntuali sul suo aristocratico silenzio.
L’incolmabile differenza con gli avventori di quel luogo non si giocava esclusivamente sulla qualità sartoriale degli abiti che indossava o sulla valigetta porta stecche in pelle di coccodrillo, quanto sulla sua abitudine indefessa a non condividere il tavolo con nessuno. In pratica giocava da solo da anni. I più anziani sostenevano, senza trattenere un tono vagamente canzonatorio, che in passato quell’uomo fosse stato una stecca infallibile.
A ogni modo, per quanto difficile risultasse collocare nella curva spazio-tempo quel periodo, i suoi coetanei si sforzavano ancora di ricordargli che quel giorno glorioso era certamente tramontato e che non sarebbe stato così disonorevole accettarlo.
Anche perché non tutti erano sempre entusiasti nel constatare ogni pomeriggio che il tavolo numero sei fosse occupato, prenotato, praticamente riservato al buon Guarducci.
Lui comunque pareva non curarsi dei bisbiglii malevoli che lo circondavano anzi, sembrava riscuoterne un sottocutaneo piacere, danno collaterale della sua inaccessibilità. Intorno alle ragioni di un atteggiamento simile si erano articolate diverse interpretazioni, la più solida delle quali voleva che il signor Guarducci declinasse ogni scontro in modo da poter evitare il confronto con il proprio peggioramento. Volendo sintetizzare veniva accusato di non saper perdere e di tirarsela più del necessario.
Così quello che poteva apparire come un eccentrico ottantenne evitante era in realtà la testimonianza di un ripiegamento narcisistico che assoggettava il gioco del biliardo a un’attività masturbatoria.
Nonostante questo non mi era mai importato se dietro la riverenza altrui non si nascondesse altro che invidia per il suo conto in banca e le sue stecche da migliaia di euro, perché quell’uomo, nella sua decadenza solitaria, riusciva a esercitare su di me un fascino magnetico e struggente.
La storia del nostro incontro era incastonata nella mia memoria come un esempio di altissima strategia relazionale.
Sognai esattamente quel momento, quando l’anziano, per la prima volta, mi permise di condividere il tavolo.
Essendo un carattere scontroso sotto il profilo umano e sportivamente inarrivabile, per avvicinarmi avevo avviato nei suoi riguardi una seduzione spietata.
«Signor Guarducci, sarebbe cosí gentile da insegnarmi quel bel tiro che ha appena eseguito? Sa, io sono alle prime armi».
A lui quell’ammissione di inferiorità piaceva: un allievo era certamente più gratificante di un avversario.
«Quel tiro, come lo chiami te, si chiama erzegovina… è un’esecuzione complessa, pretende una forza misurata, porzione ed effetto senza margini di errore, vieni ti faccio vedere».
«Così?».
«Così sembri un minatore, questo è un biliardo, non una cava!».
«Allora così?».
Mi squadrava con aria stizzita alla quale non faceva mancare la solita punta di autocompiacimento.
«Con codesta stecca non ci accenderei neanche il fuoco della stufa, prendi la mia».
Il mio cervello doveva essersi tatuato quella scena da qualche parte della memoria, benché fosse solo un miraggio notturno, fui attraversato da una scarica sensoriale massiccia, la stessa che mi colpì tanti anni prima.
Era come sfilare la spada dalla roccia; un’arma di distruzione di massa affilata e letale, dopo un’eternità trascorsa con un manico di scopa, finalmente brandivo la mia lancia di Longino. Capolavoro assoluto d’ebano e avorio.
«Ti garba eh?».
Feci sfogare l’orgasmo, poi presi la mira e scelsi la quantità di giro. Prima occhiata alla mia palla, ultimo sguardo alla battente.
Fuoco.
La geometria dell’erzegovina si sviluppò rapida e maestosa sul panno. Con la sua doppia identità quel colpo all’inizio aveva un disegno violento, le sfere dovevano essere domate, indirizzate con forza. Poi si liberavano, con la battente che attraversava il castello per addormentarsi a sponda, mentre la sua gemella planava nell’angolo opposto.
Rambo con una mitragliatrice in braccio non si sarebbe potuto sentire più soddisfatto.
«Lo vedi? Con l’arma giusta c’è posto anche per te in questa giostra».
«Le sono grato signor Guarducci, ma le posso fare una domanda?».
Emise un potente sbuffo d’aria dal naso, segnale anticipatorio di una risposta acida e insofferente. «Perché la chiamate erzegovina? Intende forse il paese nei balcani? Sa, recentemente ho conosciuto una ragazza di quelle parti, oddio non proprio dell’Erzegovina, anzi lei ci terrebbe…».
«Cristo santo sei una fogna di parole. Ti paio un professore di geografia? Giovane, ti preferivo zitto e con la stecca in mano».
Feci silenzio e ci dedicammo a quel tiro per un tempo sospeso e dilatato dal sogno, alla fine l’anziano crollò.
«Vai ragazzo, facciamo una partita: goriziana tutti doppi».
L’idea di poter battere un monumento all’alterigia come quello era attraente quanto l’esserne sconfitto.
«Vada per la goriziana, diamo un senso a questo sogno».
Improvvisamente la sala si riempì di sagome che ci osservavano curiose, nessuno ricordava l’ultimo avversario del Guarducci.

Non appena toccai il biliardo, un siero contagioso si mischiò all’aria ed ebbi la certezza che la vecchia figura accanto me stesse mutando. Aveva le forme del signor Guarducci, ma non poteva essere lui.
«Ti dò l’acchito, parti pure».
Lo riconobbi dalla voce, sotto le squame dell’avversario c’era mio padre.
Stavo giocando contro di lui chissà da quanto tempo.
Così, mentre la gente sghignazzava, venni spazzato via dal suo gioco fatale. Lo stile era proprio quello di R.: disincantato e sciolto, come se umiliare l’avversario fosse una cosa facile e inevitabile, quasi divertente.
Con espressione rilassata, il mio rivale continuava a sferrare colpi sempre più duri mentre io mi sentivo rallentato, incapace di esprimere anche le volontà più elementari. Persino la stecca del Guarducci si era trasformata in una clava pesante, strumento inutile e goffo contro il fioretto di mio padre. Provai a resistergli, ma presto venni sopraffatto dalla sua esperienza e dalla collera per una battaglia perduta fin dall’inizio.
Lo scontro si concluse con uno sfarzoso rovescio che travolse il castello in un tripudio di punti. Novantadue e partita.
Mentre le luci aumentavano di intensità, potevo sentire i commenti divertiti e spietati del pubblico.
Come è noto, il giocatore di biliardo, vista la severità con la quale giudica se stesso, ha la tendenza a emettere sentenze inappellabili dove, alla cordiale derisione, non dimentica mai di aggiungere qualcosa di cattivo.
«Senti giovane, in fondo alla strada c’è il decathlon, perché non ci fai un salto? Comprati una tuta, delle pinne, una mazza da hockey, vedrai che uno sport che ti riesce lo trovi».
Avrei voluto che mio padre dicesse qualcosa, che prendesse le mie parti come una volta, invece R. non sembrava curarsi dello scherzo generale di cui ero ostaggio, anzi accennò una smorfia ironica sotto i baffi.
La sala era ormai avvolta da una luce intensa che inghiottì rapidamente le persone attorno a noi, sagome consumate da un risveglio ormai prossimo.
Anche mio padre non era più lì, al suo posto il vetusto Guarducci. Riponeva i suoi arnesi nella borsa bofonchiando imprecazioni sulla nuova e deludente generazione di giocatori.
Dopo essersi aggiustato gli occhiali, si avvicinò ed espresse il suo messaggio divinatorio.
«Ormai sei grande e dal bruco mela sei sceso già da un po’. Sicuro di aver ancora bisogno del babbo per difenderti?».
Si congedò porgendomi la mano ossuta e pronunziando la sola frase che non suonasse come un rimprovero.
«Attento caro, questo gioco brucia più di quanto illumini».

A quel punto la luce si fece accecante e mi trovai ancora nella camera di Gala, anchilosato dal sonno e dai sintomi di una notte di difficile smaltimento.
«Buongiorno mio prode eroe».
Comodamente sistemato su una poltrona, “il Principe” sfoggiava una canotta d’altri tempi e una discreta ecchimosi all’altezza dello zigomo.
Con una ciambella alla crema in una mano e una Marlboro nell’altra, mi guardava con aria complice.
«Gradisci un assaggio?».
«No grazie, mi devo ancora riprendere da ieri sera. Piuttosto come è finita con i cinesi?».
«A parte il fatto che Chen ha promesso di sterminare le nostre famiglie, direi piuttosto bene».
«Quindi?».
«Quindi, per adesso, i cinesi credono che il materiale ce l’abbiamo ancora noi. Sono incazzati, ma penso che un’altra possibilità, prima di gettare i nostri resti in un canale, ce la diano».
Apprezzavo la scelta creativa di interpretare qualsiasi cosa fosse contenuta in quella valigia come un generico e innocente esempio di materiale.
«Senti Francesco, ieri sera siamo stati quasi linciati non ti pare il momento che io sappia per cosa sto rischiando la vita?».
Per schivare meglio la mia domanda, si mise ad armeggiare con lo stereo, eseguendo una rapida e sdegnosa rassegna dei compact disc collezionati da Gala.
«I Nirvana? Ma la gente non si è ancora rotta i coglioni di ascoltare questo monumento alla noia? Sono peggio di una spinta dalle scale».
«Francesco?».
«Questa deve avere dei problemi importanti, c’ha anche i Metallica».
«Francesco?».
«Ci sarebbe bisogno di una cosina più giusta, tipo… Julio Iglesias, artista e uomo di spessore. Minchia! Avevo tutta la compilation in macchina, e ora vai a sapere dove…».
«Francesco!».
«Cosa c’è?», esclamò lanciando un cd dei Pearl Jam come fosse un escremento nauseabondo.
«Voglio sapere cosa c’è nella valigia».
Emise un lungo sospiro di rassegnazione.
«Accidenti, non mi dai tregua».
Dalla filanca delle mutande estrasse un nuovo pacchetto di sigarette. Poi si passò nervosamente le mani sul corpo in cerca di qualche tasca.
«Cazzo! Ho lasciato l’accendino nei pantaloni».
«Guarda dentro i pantaloni allora».
«Non posso, sono in lavatrice con la camicia. Speriamo che il sangue vada via, era il vestito della domenica».
L’immagine de “il Principe” che rincasava all’alba intriso di sangue asiatico mi riportò all’ingrata congiuntura di eventi dalla quale non riuscivo più a uscire. In ogni caso, quella stessa scena, mi divertì abbastanza da strapparmi un risata.
«Ridi, ridi, tanto i cazzotti dei cinesi e dei buttafuori li ho presi io».
«Mi dispiace, ma non ho deciso io di sequestrare un uomo malato e trasportare valigie piene di… come lo hai chiamato? Materiale».
Si mosse verso la finestra e spalancò la persiana, lasciando che il potere incendiario del pomeriggio riempisse la stanza.
«Fammi capire bene, te saresti il giovane innocente trascinato dal lupo in mezzo alla foresta buia, vero? Aspetta che ora ti metto una bella cuffietta rossa, così ti fotto meglio. Se ti aiuta a starci più comodo, a conservare la coscienza pulita, raccontati pure questa storiella. Io faccio il lupo, ma ricordati che sono cattivo, ma non cieco».
Dovevo ammetterlo, la retorica de “il Principe” era adescante quanto il suo gioco. Non potevo che ascoltarlo.
«Non capisco a cosa ti riferisci».
«Mi riferisco al fatto che i frutti proibiti del bosco piacciono a tutti e vedo che stasera ne hai raccolti diversi anche te».
«E allora?».
«Potevi astenerti, rinunciare come il bravo chierichetto che continui a farci credere di essere. Invece hai goduto, grazie a Dio non hai perso almeno la voglia di scopare. Perché non ti sei chiesto se era giusto? Avresti almeno potuto domandarle se era già impegnata, se ti presentava ai suoi, se aveva qualche malattia».
Il lupo aveva annusato qualcosa nell’aria e adesso cominciava la sua caccia.
«Invece ci hai dato dentro ragazzaccio che non sei altro, perché nonostante lo sforzo, a ripulirti non ci riesci mai del tutto. Lo sai? Tuo padre qualche volta mi ha parlato di te».
«Mi fa piacere, e che cosa ti ha detto?».
«Ha detto che oggi si ritrova tra le palle un saputello che non la smette di giudicare e dare buoni consigli: non fumare, prendi le medicine, mangia sano. Cazzo! Devi essere peggio di una moglie. Siccome la memoria non gli funziona, ha detto che non riesce proprio a ricordarsi quando sei diventato così intelligente e moralista. Lui però si ricorda bene dei casini che facevi e delle partite che non volevi perdere. Probabilmente parlava dello stesso ragazzino che una sera ho visto entrare all’Accademia con lui».
Dicono che il lupo sia un animale dall’altissima percentuale di attacchi letali. Questo significa che se si muove, presto o tardi ucciderà la sua preda. Così il lupo era a un passo dalla sua vittima, lo sentivo digrignare le fauci prima di spalancarle.
«Francesco sono anni che non vengo più all’Accademia, le persone cambiano».
«Infatti tuo padre adesso gioca con noi brutta gente. Persone come me, che sono un sequestratore e spacciatore, ma ho l’impressione che lui al biliardo ci venga volentieri e che all’Accademia ci stia meglio che a casa. Probabilmente hai ragione te, le persone cambiano e si vede che tu hai messo la testa apposto. Ma sappi che intorno al biliardo io non c’ho mai visto santi redentori e anche se la testa ragiona, la pancia continua ad avere fame. Lo vedo».
Mi aveva accerchiato, immobilizzato, disinnescato. La sensazione che avesse ragione, che il suo sguardo di lupo potesse scrutare dove anch’io mi rifiutavo di guardare, mi portò ad arrendermi. Attendevo solo che affondasse il suo ultimo morso.
«Allora cosa vuoi che faccia? Dovrei seguirti senza neanche chiederti perché?».
Da un cassetto tirò fuori un accendino. Trattenne il fumo a lungo prima di soffiare una nuvola densa nell’aria. Stava misurando le parole.
«Abbiamo perso tutti e due qualcosa, giusto?».
«Giusto».
«Probabilmente entrambe si trovano nello stesso posto, quindi ci andremo assieme. Ecco tutto. Mi dispiace, ma ancora non mi fido abbastanza per raccontarti che…».

Fu interrotto da uno squillo di cellulare. Restammo a osservarci per qualche secondo, sorpresi e impreparati a una telefonata. Dunque, eravamo complici.
Prima di rispondere mi raccomandò di non fiatare.
«Sì?».
«…».
«Sì mamma, sono io, che vuoi?».
«…”.
«Hanno chiamato i carabinieri?».
«…».
«Hanno trovato la macchina… a Piombino… che te ne frega di come ci è arrivata? Dimmi dov’è di preciso».
«…».
«Come probabilmente un furto! Il finestrino rotto, la bauliera aperta… ah, lo stereo lo hanno lasciato, meglio c’era dentro Julio Iglesias».
«…».
«Va bene, va bene, troverò un modo per arrivarci, dov’è che l’hanno trovata? Vicino al porto, L’Iris Bar? Sì, lo conosco ci ho giocato un paio di volte».
«…».
«Sì, me lo immagino che sia frequentato male, ma mamma non c’è l’ho mica portata io la macchina laggiù! Sì, sì, sto attento. No, t’ho detto di no, non ho bisogno di nulla. Ciao».
La telefonata fu conclusa con un cumulo vituperante di insulti rivolti in prevalenza alle figure più adorate della religione cristiana. Venne coinvolto anche il Budda, accusato ingiustamente di essere in sovrappeso. Il tutto fu chiosato da un vaffanculo urlato a mezzo finestra che lasciò “il Principe” paonazzo e senza forze sulla poltrona.
Nel frattempo Gala ci osservava sbigottita dall’altra parte della stanza. Nella concitazione, nessuno si era accorto del suo rientro.
«Che succede?».
Dalle profondità della poltrona “il Principe” formulò una rapida sintesi dell’accaduto.
«Sembra che suo padre abbia parcheggiato nel posto più famigerato di Piombino. Di conseguenza la macchina è stata ripulita. La valigia non c’è, ma Julio Iglesias si è salvato».
«E adesso che farete?».
«Aspettiamo che mi si asciughino i vestiti».
«E poi?», gli domandai con una certa apprensione
«Poi si mangia un boccone e si va da “il Tommo”». «Tranquillo, sto già pensando a un piano».
La prospettiva di un piano d’azione firmato “il Principe” fu accolta da un silenzio teso e interrogativo.
«Francesco cosa intendi per “piano”?».
Ormai era inaccessibile, col cellulare all’orecchio ci invitò bruscamente a uscire.
“Andate di là, fate da mangiare, fate l’amore, fate quello che volete, basta che non rompete i coglioni. Io devo fare un paio di chiamate».