Statale S13 / 2

“Questa macchina è un polmone d’acciaio sulle ruote, fermiamoci dal “passerotto”, ho bisogno di fare due passi”.
“Ai suoi ordini maestà”.
Accostammo nei pressi di un parcheggio ricavato su un lato della strada. Un camionista dal ventre esuberante condivideva con noi la luce al neon di un furgoncino carico di insaccati.
Dall’altra parte del bancone si ergeva Franchino, uomo corpulento e non proprio fedelissimo al concetto di igiene in materia agroalimentare.
Nonostante le tante eccezioni al senso del decoro, eravamo al cospetto di un individuo considerato una celebrità nel difficile settore del panino on the road.
Il Passerotto, come riportava una scritta lampeggiante posta sul tettuccio dell’automezzo, era il re della statale.
Non avevo fame ma venni ugualmente invitato, diciamo pure costretto, a ordinare qualcosa.
“Come sarebbe, non vuoi niente?”.
“Mi perdoni ma purtroppo non ho molto appetito”.
“Ma che cazzo c’entra l’appetito, questa roba serve solo per godere”.
Così, alle prese con due panini alla porchetta guardavamo il cerchio delle pale eoliche vorticare dall’altra parte della collina. L’aria si era fatta più fresca, e “il Principe” aveva smesso di parlare ormai da un po’.
“Non si sta mettendo bene vero?”.
“Direi di no”, rispose senza staccare lo sguardo dall’orizzonte.
“Vedrai che qualcuno dei tuoi amici ci darà una mano”.
“Non ti fare illusioni, nessuno se la sente di esporsi troppo, è sempre così con questo genere di cose. Alla gente piace sventolare amicizie importanti, ma poi si cacano tutti addosso e spariscono. Inoltre, pare che il ricettatore della zona sia una specie di esaltato paranoico”.
“Chi ‘il Gioielliere’?”.
Prosciugò il fondo della sua birra prima di ribattere con voce incolore.
“Proprio lui”.
Non ero abituato a osservare ne “il Principe” tanta mestizia. Quel ragazzo mi aveva da sempre sconvolto con le oscillazioni repentine dei suoi stati emotivi. Dopo centinaia di impennate maniacali, sorprenderlo in quella veste arrendevole e piatta era un’esperienza sconfortante. Colui che sapeva sfondare con cipiglio gli argini di ogni mia incertezza, adesso giaceva in un punto morto della nostra storia.
Certo, era lo stesso individuo che mi aveva ingannato, manipolato, ubriacato, forse drogato, ma in fondo era quella la mia guida e io sentivo di averne ancora bisogno. E poi, anche se non volevo dirglielo, nutrivo per lui una specie di riconoscenza nascosta. Insomma, la sua compagnia, nelle ultime 48 ore, aveva impresso alla mia esistenza una decisa accelerazione: un carosello di piaceri e sciagure che, dovevo accettarlo, mi stava piacendo.
Se, per buona parte di quel tempo, avevo tentato di oppormi al suo disegno sfrenato, adesso sull’orlo della rinuncia, ero io che non volevo scendere.
Riprese con tono cimiteriale.
“E poi, anche se il lavoro è stato fatto nella zona de ‘il Gioielliere’, non è detto che la valigia ce l’abbia lui”.
Restai in attesa di una sua spiegazione.
“Chi ci dice che il furto non l’abbia fatto un cane sciolto? Una banda di ragazzini intossicati? Magari è stato il tuo babbo a farci questo scherzo”.
Fu proprio a quel punto, sul bordo polveroso della statale s13, che sperimentai la sensazione di avere un piccolo vantaggio su “il Principe”.
Il suo dubbio era comprensibile, ma io conoscevo mio padre.
Nonostante le mutazioni prodotte dell’ischemia, lo conoscevo a sufficienza per sapere che la valigia non poteva averla presa lui. Era certamente un uomo imprevedibile, ma simulare uno scasso rappresentava un gesto contrario alla sua dignità. Mio padre era un amnesico onesto, ne ero certo.
Sapevo inoltre che una persona con un disturbo della memoria del calibro di quell’uomo aveva i suoi schemi di riferimento. Un insieme ricorrente di mappe sbiadite per orientarsi nella realtà.
Le pagine del suo diario ne erano una testimonianza. Sebbene privo della facoltà di camminare con disinvoltura nel presente, R. aveva mantenuto intatto l’accesso alle sue esperienze passate. In pratica, tutto ciò che gli era accaduto prima del trauma cerebrale ne aveva plasmato la storia, i difetti, l’intera personalità, e ora continuava a segnare la debole traccia su cui si muoveva.
Così anche l’Iris bar doveva avere una posizione precisa nel passato di mio padre, visto che, nello smarrimento universale che lo attanagliava, R. poteva affidarsi soltanto a qualcosa che già conosceva.
“Senti Francesco, mio padre non ha mai rubato in tutta la sua vita, secondo me ci conviene andare in quel bar per capirci qualcosa”.
“All’Iris bar? Ma se non abbiamo ‘la garanzia’ non ha senso andarci, la conosci anche te la regola”.
Si riferiva a un principio cardinale e non scritto della ricettazione: ciò che è stato preso non deve tornare al proprietario. Sebbene la merce rubata sia da tutti ritenuta cosa scomoda e da smaltire con urgenza, nessuno si sognerebbe di restituirla al suo legittimo possessore, sarebbe un rischio troppo alto da correre. Pare infatti ragionevole pensare che, chiunque entri in possesso di un oggetto proveniente da un furto, commetta un reato equiparabile e connesso alla ruberia stessa.
Questa è l’assicurazione più solida per mettere al riparo chi ricetta dall’essere denunciato.
Ma quando il ricettante è anche il derubato le cose cambiano, quindi, a meno che non vi sia una “garanzia”, difficilmente il malcapitato otterrà ciò che gli è stato sottratto.
Di conseguenza, non potevamo andarcene beati per la città aspettandoci che “il Gioielliere” si palesasse in amicizia, ci restituisse la valigia e infine ci lasciasse andare con una stretta di mano.
Nella complessa concatenazione di eventi che portano un pollo a ritrovare le sue penne a noi sfuggivano troppe cose. Mancavano all’appello: il ladro, il ricettatore e soprattutto l’intermediario. Inoltre, ma di questo mi lamentavo solo io, non sapevo neppure cosa ci avessero rubato.
“Ho capito, non abbiamo l’aggancio, ma io in quella sala ci farei lo stesso un salto, anche perché R. non si muove a caso”.
“E una volta lì cosa ci facciamo? Una partita al biliardo?”.
“Forse, non saprei, avevo capito che c’eri già stato”.
“C’ho giocato un torneo diversi anni fa, poi il proprietario si fece beccare a truccare le partite e la federazione li ha espulsi dal circuito”.
Pronunciate queste parole parve bloccarsi in uno stato di fissità catatonica inaccessibile. Per un attimo pensai di averlo perduto per sempre.
“Aspetta… ma io in quella sala ci sono stato con tuo padre: Torneo Toscana bella 2008, quell’anno giocavamo entrambi per l’Accademia”.
Improvvisamente, una scintilla d’eccitazione illuminò il suo volto e i giri mentali de “il Principe” cominciarono a risalire. Ampie boccate di fumo si alternavano a un eloquio di nuovo altezzoso e straripante. A quel punto, i ricordi di una partita perduta e subito sepolta nella memoria zampillavano abbondanti dal serbatoio della sua mente.
Raccontò di una semifinale tiratissima e sfortunata, giocata contro un signore magrolino e claudicante. Si rammentava del tizio per via di un paio d’occhiali dalle dimensioni imbarazzanti indossati dall’uomo per tutta la partita. Si rivolse persino all’arbitro per farglieli togliere, ma questi, che per l’appunto era il proprietario del locale, giustificò la cosa sostenendo che lenti così abbondanti erano necessarie per la visione periferica del tavolo. Lo scontro si risolse con un tiro maldestro e involontario che assicurò all’occhialuto la finale.
“Ti rendi conto che culo rotto c’ha avuto quello? Voleva fare un rinquarto e gli è venuto fuori un rinquartone da 60 punti”.
“E poi il torneo come è andato a finire?”.
Un sorriso sadico illuminò i suoi lineamenti.
“C’era tuo padre in finale e gli ha dato tante e tante bastonate. La coppa del torneo è ancora sopra il bancone dell’Accademia”.
Un altro colpo basso fu così inferto alla mia gracile coscienza di figlio. Scoprivo in quelle circostanze che mio padre giocava in squadra ed esponeva coppe a ricordo dei suoi successi.
Tutto, come al solito, nella mia totale latitanza. Ecco dove andava R. durante le sue assenze serali: a vincere tornei in giro per la Toscana.
Non potevo neanche dire che non avesse provato a coinvolgermi. Quei momenti me li ero persi volontariamente, sicuro che anche lui, prima o poi, si sarebbe disfatto del vizio del biliardo.
“Il babbo ha sempre detestato i giocatori fortunati”, commentai amaramente.
“Il Principe” si era ormai spogliato di ogni tristezza, così, sotto la scossa galvanica di un’altra intuizione, scattò in piedi.
“E il bello viene adesso”, sibilò passandosi la lingua sulle labbra.
Ero sbalordito: la sua capacità di cadere e risorgere da stati d’animo estremi e opposti era preoccupante. Ora se ne stava dritto, posseduto da una visione lontana e inafferrabile.
“Mentre tuo padre giocava la finale, l’avversario spesso si allontanava”.
Bisbigliava con un tossico verde in viso come una serpe.
Adesso era chiaro, “il Principe”, come un licantropo, aveva fiutato un’altra traccia.
“Perché mi racconti questo?”.
“Perché quei due non mi convincevano, così mi sono avvicinato, giusto per capire cosa si stessero dicendo”.
Avrei voluto che terminasse il racconto, ma non fui capace di trattenerlo dall’impulso di andare a prendere un altro caffè.
Ritornò con un paio di bicchierini fumanti e una faccia da bastardo che annunciava rinnovate prospettive sulla serata.
“Cosa si dicevano quei due”, lo incalzai subito.
“E che ne so? È passato troppo tempo. Solo una cosa mi ricordo bene: il tossico era una vedetta”.
“Senti, senti…”.
“Come Biagio quando lavora per l’avvocato?”.
“Bravo topino, come Biagio quando fa la vedetta per il nostro avvocato”.
Si concesse un intervallo sospeso per imprimere il giusto effetto alle sue conclusioni.
“Magari lo zoppo con gli occhiali non è ‘il Gioielliere’, ma se c’ha una vedetta allora è un pesce grosso”.
E in uno stagno piccolo come quello c’è posto per uno squalo solo.
Senza accorgermene ero già salito in macchina, accanto a me “il Principe” torturava la radio in cerca di un pezzo che restituisse dignità a quel momento. Smanettò a lungo prima di rassegnarsi a un viaggio senza la compagnia di Julio Iglesias.
Dovette accontentarsi di una rassegna di poesie. Con l’avanzare della sera lasciammo che una voce dolciastra e sconosciuta accompagnasse la nostra corsa. Immaginavo che R. non fosse più là, eppure correre verso Piombino mi sembrava l’unica cosa da fare.
L’ultima, indispensabile, stazione prima di raggiungerlo.
“Allora si va all’Iris bar?”.
“Certo, un paio di partite con lo zoppo ce le faccio volentieri”.