Statale S13

La strada per Piombino strisciava senza ostacoli tra le colline rotonde, un capolavoro della natura squarciato soltanto dal nostro passaggio. Su quella serpe d’asfalto levigato correvamo incupiti verso la costa. Accanto a me, posseduto da una forza logorroica senza argini, il mio compagno non si era ancora staccato dal telefono. Aveva praticamente trascorso l’intero viaggio in simbiosi col cellulare. La fine di ogni chiamata rappresentava lo spunto per una nuova e concitata conversazione intrattenuta con un pantheon di entità polimorfe, gente dal profilo irragionevole e dalla reputazione scoraggiante.
Dalla rubrica de “il Principe” si avvicendavano contatti a me sconosciuti, ma evidentemente legati alla sua ramificata rete sociale e di interessi.
In una sequenza difficile da ricostruire si erano distinti un certo Fru Fru (che poi ho compreso essere un avvocato manierista specializzato in diritto di sorveglianza), Luigi “mi ci piove”, portuale afflitto dal vizio del gioco e da una grave forma di morso inverso, e poi Giancarlo, il Pasquini, “il Professore”, “Mammolo” e tutto un contorno di magrebini capitanati dal misterioso e sagace Kaled.
L’inaccessibilità de “il Principe” uccideva ogni mio tentativo di capirci qualcosa in più, era infatti rapito da una trance comunicativa prepotente che non concedeva interruzione alcuna.

Nonostante l’incontinente fervore, il flusso di telefonate pareva infrangersi sempre sullo stesso scoglio: “il Gioielliere”. Nella lunga equazione de “il Principe”, quell’uomo era senz’altro l’incognita da decifrare.
“Non si potrebbe accelerare un po’? Ci stiamo invecchiando in questa carretta”.
“Se ti annoi possiamo fare a cambio: tu guidi e io parlo con ‘il Gioielliere’. A proposito chi è?”.
“È un signore che prima faceva l’orefice”, sentenziò senza aggiungere altro.
Tenendo conto che fino ad allora le uniche parole destinate al mio indirizzo si potevano condensare nel concetto “guida e poi ti spiego”, la nostra relazione stava facendo dei significativi progressi.
“Grazie, davvero, parlare con te è un’esperienza illuminante. Almeno potresti dirmi perché ‘il Gioielliere’ è così importante?”.
Troppo tardi, nel frattempo si era lanciato in un’altra fittissima chiamata, dall’altra parte del ricevitore nicchiava tale Bochicchio: soggetto precedentemente indebitato con Luigi “mi ci piove” e da questi sollecitato, con potenti metodi persuasivi, a darci una mano.
“Tranquillo Bochicchio, non occorre neanche che ci incontriamo, basta che mi dai qualche dritta”.
“…”.
“No, non sono della finanza, te lo giuro”.
“…”.
“Ti capisco, anche io avrei dei sospetti, ma ti garantisco che a me basta solo sapere dove lo posso trovare”.
“…”.
“Come non è possibile?”.
“…”.
“È ovvio che non ce l’ho, se avessi avuto la ‘garanzia’ non ti avrei chiamato no?”.
“…”.
“Perché non mi fai tu da ‘garanzia’? Bochicchio, Bochicchio ci sei?”.
A quel punto si innalzò al cielo una collaudata serie di invocazioni malevole dedicate al creatore. Un’orazione così violenta che pareva autoalimentarsi e accendere di rosso gli ultimi colori del pomeriggio. La sera stava giusto per cadere sulla vista morbida di quel panorama e un cielo d’amaranto s’impadronì di ogni collina, dei miei occhi, di quella distesa di grano senza fine. Anche “il Principe” si placò, immerso nei suoi pensieri, si chiuse in un silenzio crucciato, lasciando che l’odore dell’aria salmastra si confondesse col suono del motore.

Mi ripensai bambino, ad accarezzare con la mano il profilo gentile di quelle valli. A bordo di una familiare stipata di valigie, mio padre ci portava al mare. Dietro di noi, su un carrello cigolante, ci seguivano uno sbiadito gommone arancione e il suo brutale propulsore. Evinrude da 25 cavalli truccato. Per R. solcare le acque al timone del Veloce era l’unica passione capace di competere con il biliardo. Capitava che su quella strada tortuosa ogni tanto mi voltassi a controllare che la nostra imbarcazione ci fosse ancora. Temevo di perderla: una svista, una curva presa male, potevano compromettere la meravigliosa e fragile impresa di trasportare una barca verso la sua naturale destinazione: Il mare. Invece il Veloce era sempre lì, con la prua puntata verso l’alto, ci accompagnava fedele verso un’altra sconvolgente vacanza sulle sponde del Tirreno.
I nostri viaggi, e in generale ogni spostamento collettivo, erano puntualmente scanditi dalle accanite discussioni dei miei genitori. Come sempre le prime avvisaglie del conflitto coniugale si palesavano ancor prima di partire.
L’organizzazione della partenza, di fatto, era sempre stata la fase cruciale di ogni nostra villeggiatura. Il rischio di rimanere a casa con mia madre furibonda e mio padre in esilio penitente in un luogo lontano e sconosciuto era altissimo.
Troppe valigie, costumi scomparsi, documenti smarriti, contanti insufficienti, itinerari sbagliati o mal progettati, anche la più insignificante variabile poteva far precipitare la situazione. L’abitacolo della macchina poi era un luogo troppo angusto per non esacerbare i loro litigi e farli deflagrare con risultato drammatico e prevedibile: qualcuno usciva di macchina e proseguiva a piedi.
Di solito era mia madre a tentare la fuga. In senso di marcia opposto al nostro, si dirigeva imprecando sul ciglio della strada. Direzione: avvocato divorzista. Mio padre minacciava di ripartire, poi metteva la macchina in prima e la seguiva a pochi metri di distanza. Ogni tanto si affacciava dal finestrino invitando la moglie a rientrare, ma questa o faceva finta di non sentire oppure lo apostrofava con anatemi sempre più oltraggiosi.
A volte, quegli irragionevoli inseguimenti, duravano chilometri. Quando anche l’ultima supplica di R. si era infranta nel muro ostinato di mia madre, ecco che mio padre si voltava verso di me.

“Se fosse per me la lascerei anche qui, ma con tutti i pericoli che ci sono in giro come si fa? Via, parlaci un pochino te con la mamma”.
A me non piaceva prendere posizione, ma vedere la donna che ti aveva messo al mondo nell’atto di camminare su una statale con degli autocarri che le sfrecciavano accanto, non era il quadro più idilliaco per un’infanzia armonica.
“Dai mamma monta in macchina, che se ti schiacciano divento orfano”.
L’idea di morire e abbandonare una creatura alle sole cure di R. era intollerabile per lei.
Così quella donna inviperita si ricongiungeva alla sua famiglia con sguardo torvo e tracimante vendetta, mio padre girava la macchina e, in un clima di tangibile tensione, ripartivamo verso le nostre vacanze. In situazioni come quella capitava spesso di scappare coi pensieri e lasciare il corpo ad assorbire le onde ostili prodotte da una famiglia sul costante limitare di un’esplosione.
Cercavo all’orizzonte qualche forma ripetitiva e armonica poi, con le dita, ne sfioravo i contorni. Mi immaginavo come un dio-pittore nell’atto di svelare gli schemi segreti della natura.
Avevo accarezzato quelle colline molte volte, praticamente ogni volta che andavamo alla Mazzanta, ne conoscevo i cipressi organizzati per file, gli alberi solitari in mezzo al niente, le case agricole, il fieno raccolto in grandi ruote lasciate sui campi come monumenti al lavoro contadino.
Così, mi trovavo ancora sulla strada verso il mare, a cercare con la punta della dita qualcosa che gli altri non potevano vedere.