Una favola di quartiere

Sergino, se quell’anno non fosse segato ancora, avrebbe smesso di studiare. Tre anni di istituto professionale gli bastavano. Bastavano per iscriversi a quel corso di parrucchieri che facevano a Livorno. Così a parte la rivista ‘Scacchi Italia’, non avrebbe letto nient’altro. Anche perché alla scuola di Parrucchieri c’era solo pratica, niente teoria. Per l’arredamento del suo futuro negozio aveva già un’idea precisa, esigeva un locale moderno, non quelle indecenze vecchio stile da hipster omosessuali, che quando vai a tagliarti i capelli sembra di entrare in un circolo di intellettuali di merda. Lui voleva fari a led, mobilio bianco ottico e metallo lucido. Si, di metallo lucido ce ne doveva essere tanto. Anche se lo zio gli aveva già insegnato tutto quello che c’era da sapere per fare i capelli alla gente lui – Sergino si intende – al corso ci sarebbe dovuto andare lo stesso. All’inizio si sarebbe allenato con parrucche e manichini, poi avrebbe fatto sciampi e messe in piega alle sue compagne di banco e verso metà del primo anno avrebbe cominciato a mettere le mani in testa a tutti i morti di fame della città. Noi non potevamo neanche immaginare quanti spilorci si rivolgono alle scuole pur di non frugarsi in tasca. Comunque da lì in poi avrebbe cominciato a fare sul serio, dando alla sua vita tutta un’altra piega. Niente assistenti sociali trai coglioni, colloqui con lo psicologo scolastico e pistolotti vari perché Sergio sarebbe diventato un parrucchiere; e con le forbici in mano, come diceva sempre lo zio, “non c’è da scherzare”. Proprio zio Michele diceva sempre di non perdere tempo con gli uomini: clienti banali, traditori e di un tirchio fuori misura. Meglio buttarsi tutto sulle donne, che le signore, se le sapevi addomesticare “ti danno tanti di quei vaini che ti ci compri un panfilo”. Ora, anche se lui era solo un pischello, alla storia del diventare ricchi sfondati non è che ci avesse creduto più di tanto, anche perché zio Michele tagliava i capelli soprattutto a vecchi e metalmeccanici, e giù al porto invece del panfilo c’aveva solo un gozzo mezzo arrugginito. Non che il mitico Michele fosse un cazzaro, certamente no, è che gli piaceva di molto ragionare e farsi gli affari degli altri invece che i suoi, ma a parte quello, era l’unico uomo che gli avesse ispirato un po’di fiducia nel pianeta. Mica come quel poveraccio di suo padre, lui sì che lo conosceva bene l’Iris bar, visto che ci buttava dentro tutta la miseria di disoccupazione che ancora gli davano. Insomma, da uno che si faceva chiamare ‘pan fresco’, cosa ti potevi aspettare? E pensare che da bambino quel nomignolo gli sembrava simpatico, la caratteristica di un padre che non invecchia mai, sempre tenero e profumato. E forse, almeno finché c’era sua mamma, non era stato male avere per casa un tipo che non riusciva a prendere niente sul serio, un furfante che sapeva come eludere qualsiasi impegno o problema. Ma un tumore al pancreas non si poteva davvero rimandare e riderci sopra fu impossibile anche per un buontempone come lui. Lo zio lo diceva che c’era qualcosa che non andava ma nessuno gli volle dare troppo peso.
“Ora mio fratello è diventato anche dottore, tranquillo Michele” – diceva la mamma – “è solo un po’ di mal di pancia”.
Quando si accorsero che quel mal di pancia non sarebbe passato era troppo tardi. Un giorno gli avevano chiamati dal porto per avvertirli che un’ambulanza aveva portato Luciana al pronto soccorso e non era proprio il caso che una donna in quelle condizioni continuasse a lavorare. C’avevano ragione quelli della biglietteria ma probabilmente non sapevano, o forse era proprio quella disgraziata di sua madre a non voler accettare che se i soldi non li portava a casa lei, certamente non lo avrebbe fatto suo marito. Al reparto di oncologia dissero che la situazione era grave e che l’unica cosa che andava fatta era prepararsi a salutarla. Così la Luciana si fece tagliare i capelli dallo zio Michele e con un caschetto scalato che pareva la Carrà se ne andò dal mondo un sabato sera di ormai sei anni fa. Lasciò Sergio in un appartamento ancora da pagare, con una sorellina triste, e un padre che aveva cominciato a ridere meno e bere sempre di più. Allo zio non dispiaceva occuparsi di loro ma con Martina non sapeva davvero che fare. Quella non faceva altro che mangiare e stare chiusa in casa. Non aveva amiche e presto attorno a lei la tenerezza per un’orfana si trasformò in cattiveria per una cicciona. A scuola parlavano di trauma, di bulimia nervosa ma sulla bocca della gente quelle parole avevano tutto un altro suono: cicciabomba, chiatta, balena, grassona di merda, merendera, boiler, montagna, tegame, scherzo della natura, maiale. Sua sorella ci soffriva, ma pareva che quel dolore non facesse altro che spalancarle la bocca di uno stomaco già sfondato. Una volta, mentre tornava a casa in autobus con suo fratello, udì un gruppo di ragazze prenderla in giro dall’ultima fila. Lui stava per alzarsi ma lei lo implorò di non farlo.
“Lascia stare Sergio, sennò domani fanno peggio”.
“Ma perché non reagisci Martina? andiamo lì e gli spacchiamo le ginocchia a quelle troie”.
“Ti prego Sergio fermati, te non lo sai com’è avere il mondo contro”.
A lui sembrava di avercela un’idea del mondo di merda in cui erano finiti, ad ogni modo si rimise al suo posto. Si limitò a starle vicino e tenerle la mano, mentre il mondo sopra quell’autobus, nelle aule, in ogni maledetto bar o via del quartiere, non la smetteva di ricordare a sua sorella quanto fosse grassa e sola.
Quando suo padre gli presentò la nuova compagna, al ragazzo bastarono pochi giorni di convivenza per avvertire una strana sensazione, una sorta di avvicinamento rapido verso il basso, insomma l’esperienza inevitabile di una caduta libera. La Gianna si fece rapidamente spazio tra le crepe di quella famiglia portandosi appresso un insolito corredo: una valigia piena di trucchi ed un naso alla francese fatto da un chirurgo plastico di Firenze. Al loro tavolo si sedeva adesso una ninfa meravigliosa e arcigna, tanto fica quanto avida. Come in una favola del cazzo, avevano anche loro una matrigna perennemente incazzata ed assorbita dalla cura del suo corpo segaligno. Il problema era che Biancaneve, invece di essere una fanciulla innocente e gentile, era una ragazzina più larga che lunga consumata da un’invidia nascosta e accecante.
Il consiglio dello zio era quello di resistere, di concentrarsi su un obiettivo a portata di mano, di dare un nome alla sua via di fuga. E Sergio aveva fatto proprio così. Quando le cose si mettevano male lui pensava al negozio, tutte le volte che incassava un colpo lui pensava al negozio, a ogni lacrima di Martina per l’ennesimo boccone amaro Sergio non poteva fare a meno di pensare al negozio. Aveva trovato persino il nome da scrivere sull’insegna: Il Taglio del Barbiere, in onore alla micidiale combinazione degli scacchi. Quando lo raccontò a Michele, quello fu così contento che gli regalò le sue forbici preferite.
“Bravo Sergio e ricordati, con le forbici in mano non si scherza”.
Le mise in fondo a un cassetto visto che di recente in casa stava sorgendo un altro problemino: spariva la roba. In prevalenza si trattava di cibo, soprattutto merendine, cereali, scatolame, sottilette e tutto un vasto assortimento di troiai. Ora, se fosse scomparso il vino nessuno si sarebbe meravigliato, suo padre era praticamente un alcolista, ma per quanto riguardava il mangiare la cerchia dei sospettati si restringeva in modo inquietante. Considerando poi che da una parte c’era praticamente una silfide fissata con il culto del corpo e dall’altra c’era l’abbondante Martina, le conclusioni si tiravano praticamente da sole. Inoltre, e quella era una catastrofe per davvero, dalla smisurata flotta cosmetica della matrigna mancava un rossetto. Qualcuno pareva infatti essersi impadronito dell’ultimo e preziosismo prodotto di bellezza acquistato dalla matrigna e gelosamente custodito nel suo impenetrabile bagno. Un Dior scarlatto, ‘Rerum de Rouge’, gingillo da non si sa quante decine di euro. E lui ce la vedeva proprio sua sorella introdursi furtiva in quel tempio della femminilità che era diventato il bagno di casa, luogo ambito, temuto e infine profanato. Se la immaginava aprire quegli astucci ricolmi di vanità, aspergersi di profumi inebrianti, provare a vedersi nello specchio come una ragazza normale.
Quasi ci godeva a immaginare una Martina che aveva osato tanto, sottraendo alla perfida avversaria i suoi stessi strumenti di potere. Sergio sperava davvero di scoprirci qualcosa di nuovo in quel furto, magari l’inizio di una silenziosa rivolta, invece dell’ennesima sconfitta collezionata da una vittima. Ma la Gianna, che evidentemente non aveva ancora espresso tutto il suo potenziale idrofobo, diventò una iena. Aveva sventrato ogni anfratto, rovesciato tutti gli armadi, finito di spaccare le ultime cianfrusaglie rimaste in casa.
“Tanto lo so che l’hai preso te, zoccola che non sei altro, sa’ credi? Se ti metti un po’di rossetto la gente lo vede lo stesso che sei un bidone di merda”.
Saltarono fuori le merendine assieme a decine di residuati alimentari di ogni genere, fette di pane rassegato, snack andati a male, venne persino rinvenuto un barattolo di mostarda dalla provenienza ignota. Quando la camera di sua sorella venne travolta dalla furia inquisitrice della matrigna, fu come guardare nella voragine delle vergogne di Martina.
“A questa sudicia figlia di puttana piace rubare. Ha paura che tutto quello che ingurgita non le basti, guarda qui che schifo!”.
Era fuori controllo, come una valanga aumentava il suo potere precipitando.
“Visto che tu’ madre s’è levata dai coglioni presto ci penso io a insegnarti a stare al mondo”.
I vestiti di Martina vennero tolti dall’armadio e gettati sul pavimento come rifiuti, poi le mani della matrigna artigliarono i capelli della piccola.
“Cagna budellaccia maledetta, se non tiri fori il rossetto ti scanno!”.
Le urlava a pochi centimetri dal volto, Martina però sembrava lontana, nascosta in un posto dove nessuno poteva trovarla.
Era il suo corpo che non riusciva a sparire, allora lo aveva lasciato lì, come un fantoccio inanimato, ad assorbire colpi che laggiù, ovunque lei fosse, non potevano arrivare.
Ma lui, in quella stanza c’era, se ne accorse per via della sensazione fredda che iniziò a salirgli dalle mani.
Gli tornarono in mente le parole di zio Michele, “con le forbici in mano non si scherza”, poi non pensò più a niente. Fece solo le sue mosse.

Pedone in E4:
C’è bisogno solo di un pugno per far cadere la matrigna. Con il sangue che scorre non riesci a capire quello che dice “Sputa puttana, che non ti capisco”. Quella sputa e le esce un dente.

Regina in F3: Ti senti dentro una forza enorme e sconosciuta. Ti basta una mano per immobilizzarla, se stringessi un po’di più le potresti spezzare il collo.

Alfiere in C4: Se questa troia non si difende bene va a finire che la ammazzi. Nell’altra mano indice e pollice spalancano le lame delle forbici. Adesso devi solo concentrati su un punto del suo corpo. “Basta Sergio, basta”.

Regina in F7 si prende un pedone:
Sei sorpreso del tuo primo lavoro: mano ferma, precisa, un taglio netto e pulito. In fondo, tra tagliare i capelli e un naso non c’è una grande differenza.
Scacco matto.

Gianna urlava così forte che non c’era modo di sentire nient’altro. Così Sergio si avvicinò a sua sorella frugandosi in tasca.
“Io dico che un po’ di rossetto ti starebbe bene”.
Sporco di sangue quel gingillino rosso sembrava ancora più bello.