Una vocina all’orecchio

“Allora è tutto chiaro?”.
“Sì, sì, stai tranquillo. Lo smemorato è R. non io”.
“Dici? Sono 10 minuti che guardi nel vuoto come un ebete”.
“Non ti guardavo, ma ti ascoltavo. Ricapitolando: devo stare basso, sbagliare senza ferirmi troppo e ogni tanto cadere in qualche grossa bevuta”.
In effetti la strategia sembrava semplice: le prime partite le avremmo vinte di misura e giocando modestamente. Dovevamo dare l’impressione di essere un paio di sprovveduti più fortunati che abili. Per attirare l’attenzione dei pezzi grossi era infatti necessario mostrarsi come giocatori capaci di tenere una stecca in mano, ma fondamentalmente innocui. Insomma gente che ha frequentato il biliardo senza averci capito poi tanto. Esiste infatti un’ampia categoria di persone che, nonostante gli anni spesi intorno al tavolo, stabilizza il proprio gioco a un livello appena accettabile. Si tratta probabilmente di una buona parte dei frequentatori di ogni sala. Ecco, noi dovevamo aggiungere a questo scialbo prototipo di giocatore una sana e spensierata disponibilità alla scommessa. Insomma i classici polli da spennare.
E com’è che al biliardo si catturano i polli? Ovviamente portandoli a scommettere, trasformando così la semplice partita in una seduta.
Si badi bene però che il giocatore di biliardo, soprattutto quello da seduta, ha una dignità da difendere, e non accetterebbe mai di condividere il tavolo con un avversario eccessivamente inferiore. Gli rovinerebbe l’immagine. La sua forza si legge anche nel divario che lo separa dagli altri. Proprio per questo dovevamo regolare i nostri profili a un livello appetibile per una scommessa e accettabile per l’orgoglio sportivo. L’uomo da seduta si distingue infatti per la sua personalità, oltre che per il suo stile. Si tratta di un soggetto consapevole del suo valore, determinato, capace di sostenere il peso psicologico del denaro messo in palio. In pratica è il suo carattere a consentirgli di giocare e al contempo puntarci sopra dei soldi. È risaputo come questa disciplina pretenda assoluta concentrazione e pulizia mentale. Di conseguenza, quando i soldi si sostituiscono al semplice divertimento, rappresentano un’insidia psicologica anche per il professionista più consumato. Pur giocando ad alti livelli sono infatti molte le persone incapaci di tollerare lo spettro della scommessa.
Al contrario, chi è avvezzo a giocare in seduta, a prescindere dalla sua posizione nelle classifiche ufficiali, è assolutamente in grado di spillare enormi somme anche ad avversari tecnicamente più abili.
Ecco, noi cercavamo quei giocatori. Con loro saremmo entrati in seduta, e infine avremmo stabilito una posta abbastanza alta da richiamare l’attenzione di tutti, anche delle vedette. Contro di noi si imponeva però un dato sociologico incontrovertibile.
Gli uomini da seduta erano ormai creature destinate all’estinzione. Questo lo si doveva principalmente alle profonde mutazioni nel settore del gioco. Con l’imposizione delle slot nelle sale, l’interesse degli scommettitori è stato rapidamente dirottato su forme di intrattenimento dove l’unico sforzo consiste nell’imbucare monete in una fessura. La cosa allettante per i gestori è proprio questa: gli individui capaci di bruciare uno stipendio in una slot machine con pochi semplici gesti sono certamente di più di quelli che capiscono il biliardo.
Di conseguenza, l’obiettivo di mettere in piedi una seduta al primo tentativo si preannunciava assai difficile.
Proprio su questo aspetto, nonostante le mie perplessità, “il Principe” pareva non tollerare obiezioni. C’era tutta una sequenza rituale da rispettare. Per arrivare a “il Gioielliere” dovevamo prima essere intercettati da una sua vedetta. Tale sinistra figura si sarebbe palesata esclusivamente in funzione di una nostra perdita di denaro. Non solo, la posta andava persa in modo abbondante, pubblico e senza l’ombra del minimo sospetto. Dunque, l’organizzazione di una ricca seduta si distingueva come la sola carta che avremmo potuto tentare.
Personalmente trovavo una tale architettura un po’ troppo sofisticata.
“Non capisco perché allestire un teatro così, potremmo parlare subito con le vedette o magari chiedere direttamente de ‘il Gioielliere’”.
A quel punto le braccia de “il Principe” caddero inermi accompagnate da una blasfemia sibilata a denti stretti.
“Certo! Come ho fatto a non pensarci prima, dobbiamo chiamare direttamente il ricettatore, anzi, andiamo subito a suonargli il campanello”.
Si passò un fazzoletto sulla fronte perlata di sudore.
“Te credi veramente che certa gente stia lì ad aspettare noi?”.
“No, non dico questo ma…”.
“Forse ti sfugge che questi non sono nostri amici, sono ricettatori e strozzini, se non ti sai muovere ti fanno male”.
Credo ci trovasse gusto nel farmi sentire un ingenuo da iniziare alla cruda legge della realtà. Rimasi in silenzio in attesa che la conferenza colta sul mondo del crimine terminasse.
“Lo sai perché mettono le vedette? Perché non vogliono esporsi in prima persona, perché non si fidano di nessuno, perché potremmo essere poliziotti anziché due perfetti sconosciuti da prendere a pedate nel culo”.
“Se è così anche le vedette dovrebbero avere paura?”.
“Quelle sono pagate per rischiare, a volte basta una dose per ricompensarli del servizio”.
L’idea de “il Principe” cominciava a farsi largo tra le difese della mia mente.
“Ok, ma perché ci dobbiamo mettere a giocare a biliardo?”.
“Hai il coraggio di chiedermelo?”, sembrava quasi deluso da una simile obiezione, “perché è l’unica cosa che non hai ancora dimenticato. Cristo santo! R. ti ha insegnato a giocare e una volta sembrava persino piacerti”.
Con uno scatto dell’indice scacciò il mozzicone incandescente sull’asfalto.
“A carte non ti conosco, mentre al video poker c’è il rischio di perdere troppo velocemente e senza attirare l’attenzione di nessuno. Quindi giocheremo al biliardo, datti pace”.
Se la sua più grande dote non fosse stata quella di mantenersi in equilibrio tra decine di vizi e sciagure senza scivolare, quell’uomo avrebbe potuto fare il motivatore.
Ce lo vedevo con una cravatta arrotolata in testa a infuocare gli animi di giovani manager titubanti: “Fatemi vedere i denti da squalo, maledetti debosciati!”.
Mentre camminavamo sulla banchina, percepivo la diffidenza covata verso di lui svanire in una variante misera dell’ammirazione, quel misto di stupore e indulgenza che solo certe canaglie possono riscuotere. Ma c’era dell’altro. “Il Principe” sapeva parlare con quella “vocina”. Le sue parole, qualsiasi cosa dicesse, scavavano nel guscio morbido dei miei scrupoli senza incontrare opposizione. Scartavano eleganti gli ostacoli del buon senso e andavano verso il basso, a graffiare le parti molli di una coscienza già consumata. Mi domandavo allora che senso avesse continuare a resistergli, era come addomesticare un animale selvatico. Forse, quella notte, mi sarei ferito di meno se lo avessi lasciato libero invece di portarlo all’Iris bar con un guinzaglio.
“Ok andiamo a giocare, magari trovo un po’ dello smalto perduto”.
“Adesso mi piaci. Vieni, passiamo di qua, si fa prima”.
Uscimmo dal porto sotto la spinta di una carica urgente e magnetica. Per “il Principe” aveva a che fare con una valigia, con dei cinesi vendicativi e con uno strano tizio dalla camicia a fiori, a molti noto come “il Tatanka”. Per me invece si trattava di un uomo scomparso e forse qualcosa di più. Era la chiamata del basilisco che arrivava fino a laggiù, più forte di tutto quel rumore, qualcosa che bisbigliava all’orecchio e ruggiva nel cuore.