Vukovar non è in Serbia

Chiunque mi avesse spogliato, aveva avuto la decenza di lasciarmi almeno le mutande. In un sontuoso stato confusionale giacevo su un letto che non era il mio. La sgradevole sensazione di non sapere dove fossi si sommava all’urgenza non più rinviabile di andare in bagno. Provai ad alzarmi, ma a quel punto l’universo intero cominciò a piegarsi di lato, facendomi precipitare, prima sul comodino, e poi a terra. Fu il retrogusto della vodka miscelata alla red bull dalla sapiente mano de “il Principe” a definire la mia posizione: ero ubriaco.
Non allegro, gradevolmente su di giri o in stato di ebbrezza, ma con i postumi di una sbornia spudorata e fatale. La difficoltà a mettere insieme i pezzi di quella notte era certamente il frutto di un nuovo record nella mia scala alcolemica.

Stavo quasi per liberare sul pavimento i fermenti custoditi dentro di me, quando i bordi di una figura si staccarono dal vortice che mi ruotava attorno. Odorava di bagnoschiuma al bergamotto e portava sul capo un asciugamano arrotolato, evidentemente si era appena fatta il bagno.
“Come stai?”.
Risposi con un suono biascicato e lamentoso che, nell’idioma dell’ubriaco, voleva significare: “Ho vissuto momenti migliori, se mi porti in bagno evito di versare i miei succhi gastrici sul parquet”.
La ragazza doveva avere poteri medianici visto che riuscì a tradurre i miei grugniti alla perfezione. “Vieni ti porto al gabinetto, hai bisogno di una doccia e di un po’ di zenzero”.

Pur non riuscendo a inquadrare la funzione del tubero, lasciai che quella figura vaporosa e fragrante mi spingesse verso la toilette.
Dopo aver battezzato tutti gli oggetti sporgenti della casa conquistammo finalmente il box doccia. Come un invertebrato non riuscivo a difendere la posizione eretta, così quell’essere clemente, che nel frattempo avevo riconosciuto come Gala, si tolse gli abiti per sorreggermi sotto l’acqua. In altre circostanze avrei incastonato quel momento tra i vertici erotici della mia esperienza, ma la devastazione psicofisica di quel momento consegnò a quella situazione una decisa carica di pietà e imbarazzo.
Questo non impedì al mio sistema nervoso parasimpatico di esprimere una del tutto spontanea, ma apprezzabile erezione.

“Scusa”, balbettai con vergogna.
“Non ti preoccupare, non è la prima volta che faccio quest’effetto. E poi è il segno che tutto funziona no?”.
“Meno male, almeno la visita andrologica è andata bene”.
Rimasi immobile a fissare il soffitto, tentando di concepire una qualsiasi scena capace di rigettare il mio pene in uno stato di detumescenza.
Passai in rassegna il campionario mentale più sessualmente deprimente che avevo: vecchie, vecchie malate, vecchie morte, olocausto nucleare di vecchie. Ma anche le immagini più scoraggianti venivano sgretolate dal quel corpo bagnato e perfetto. Col tempo il getto gelido dell’acqua fece il suo dovere vasocostringente.

L’erezione sparì e le sinapsi inebetite si rianimarono lentamente.
“Dov’è ‘il Principe’?”.
“Come, non te lo ricordi? Dopo quel macello lo abbiamo perso”.
Un eccesso di rammarico nella sua risposta mi fece pensare al peggio.
“Perso? In che senso? Oddio non lo avranno mica…”.
Gala sorrise.
“Allora gli vuoi un po’ bene. Mentre scappavamo non facevi altro che offenderlo, questo almeno te lo ricordi?”.
Così, dalla cortina fumogena che imprigionava gli avvenimenti di quella serata, apparvero le prime, selvagge tracce:
Un harem di silfidi tracimanti libidine, hic habitat felicitas dice un scritta, piacere e sgomento, vampa alla testa, il trans che canta è un mezzo soprano. Bottiglie di vodka sul tavolo dei cinesi. Prima richiesta di scambio: “Tu valigia, noi soldi”. Rilancio de “il Principe”: “Altro giro di vodka e portateci anche della red bull”. Asiatici quasi ubriachi, il loro capo si chiama Chen, il loro capo ha i capelli biondi e questo lo rende di un brutto sconcertante. Ancora vodka, i cinesi cedono, forse qualcuno dorme, ma con quel taglio oculare stretto non si può mai dire. Sorge un problema: Chen non ha bevuto quasi niente, guarda l’orologio e passa alla seconda e più minacciosa richiesta: “Tu dai valigia, noi da soldi”. “Tranquillo, ora te la diamo”. Piano B: Gala debutta con un drappello di ninfomani, il gruppo si rianima, adesso i cinesi cantano i Rolling Stones con un trans. Le ragazze si strusciano come pietre focaie, bevono e fanno bere, una mi mette le mani sulla patta, gli racconto la storia inventata di mio padre, la sua amica si siede sulle ginocchia di Chen. Lo provoca con mestiere, ma si capisce che se fosse per lei non lo toccherebbe neanche con una canna da pesca. La signorina esagera, accarezza la chioma aurea di Chen, lo deride, le altre lo prendono proprio per il culo. Il capo clan non tollera l’affronto, si alza bruscamente, lei precipita su un tavolo di testa. Il mezzo soprano non smette di cantare.
Cercherò mi son sempre detta cercherò…
La ragazza è furibonda, urla come se fosse posseduta, la sicurezza si avvicina. È la nostra exit strategy. “Ci siamo”, dice “il Principe”, Gala e le sue colleghe mettono su una pantomima isterica, una scaracchia in fronte a Chen, parte la rissa.
…Troverai mi hanno sempre detto troverai…
Arriva la sicurezza: la scena è abominevole: escort contro cinesi, buttafuori in mezzo. “Brave bambine”, ulula “il Principe”. Ci allontaniamo dallo scontro ma lui resta indietro, inghiottito dal gorgo umano.
…Fammi volare lui allunga la mano e si tocca l’America…
Tentiamo di uscire, la sala è in preda al panico. Il tributo cerebrale richiesto dalla vodka è altissimo, mi volto, inciampo, chiedo de “il Principe”, non c’è tempo. Prima di lasciare la sala, getto uno sguardo indietro. “Il Principe” è avvinghiato alle spalle di un cinese, perde sangue da uno zigomo, colpisce la sua vittima con dei ganci sulla nuca, il tipo accusa e ruota su se stesso. Se la caverà, vedrai.
…Fammi sognare lui che scende e che sale e si sente l’America…

Terminata la reminiscenza mi trovai ancora ignudo e umiliato nel bagno di Gala.
“Ma come? Ti sei dimenticato proprio di tutto?”.
“No, aspetta, comincio a ricordare qualcosa”.
Un’altra gragnola di immagini recuperarono gli avamposti della mia coscienza.
Una corsa brancolante lungo le stanze del Govinda, una porta di servizio, gli asiatici inferociti alle nostre spalle, scene orgiastiche varie, corridoi a scacchi, cinesi sempre più vicini, voglia di vomitare, finalmente l’uscita, l’eco della musica che non mi abbandona più.

…Fammi volare lei le mani sui fianchi come fosse l’America…
Fuori dal Govinda, circondati da tre ometti simili tra loro e incazzati, l’intervento del buttafuori (perdono ma non dimentico), un paio di cloni di Bruce Lee giacciono a terra brutalmente accoppati, le sassate mie e di Gala come contributo alla resistenza. Il gigante è a terra, una macchia rossa si dilata sul suo addome, un samurai ossigenato, il più resistente alla vodka e alle anfetamine ringhia di fronte a noi, c’è sangue sulla lama. Di nuovo in fuga, giardino con statue, uliveto, “Accidenti a ‘il Principe’ e a mio padre”, nascondiglio dietro un capanno, probabile bacio con Gala, buio.
…Fammi sognare lei si morde la bocca e si sente l’America…

Conclusa l’esperienza della lavanda dell’ubriaco, osservavo l’immagine di un uomo stravolto, abbrutito dall’alcol e da un improbabile accappatoio rosa: ero l’icona del disastro.
Ciò che sopravviveva tra le macerie del mio orgoglio impose alle gambe di muoversi in autonomia verso la camera. Uscii dal gabinetto con le stesse movenze di un novantenne parkinsoniano.
“Visto, la doccia ha funzionato, aspettami qui che vado a preparare lo zenzero”.

“No! Supplicai, per favore, lo zenzero no”.
Ormai avevo smarrito ogni possibilità che quella donna potesse vedermi come un valido rappresentante dell’altro sesso, con il mio stato di indigenza lagnosa ero riuscito a trasformare la dea dell’amore in una badante.
Mi rimproverò con la sopportazione che si deve a un malato, un essere innocuo al di là del bene e del male.
“Niente storie, a casa mia si faceva così”.
“Casa tua dove?”.
“Vukovar”.
Pronunciò solo tre sillabe: Vu-ko-var, abbastanza per sentire, come fossero di piombo, tutto il loro peso.
“Vukovar? in Serbia vero?”.

Una smorfia incrinò i suoi lineamenti severi. Intravidi lo squarcio prima della cicatrice, dietro il nero dei suoi occhi si mosse qualcosa di pallido, ferito a sangue, ancora feroce.
“Vukovar è in Croazia ai confini con la Serbia”.
Fu rapida eppure straripante, un’ombra che la maschera di Gala non riuscì a trattenere, così, per la prima volta, toccai quel confine nascosto dentro di lei, la linea che separava la bellezza dall’orrore, il calore vitale dal freddo di un cadavere, il desiderio dalla fuga.
“Scusa, non lo sapevo”.
“Quando la Jugoslavia fu massacrata, in Italia si ballava la macarena, ecco perché non sai neanche come è fatta”.
Lasciò partire quelle parole senza rancore, col distacco che si usa per schiacciare una zanzara fastidiosa. Prima che le labbra si serrassero in un sorriso di circostanza, sentii addosso il peso del disgusto nei miei confronti, del disprezzo covato per un altro italiano buffone e presuntuoso.
“Vado in cucina, se puoi cerca di non pisciarti addosso”.
Il festival dello scimunito aveva dunque il suo campione, quel saccente sdraiato su un letto a raccattare i cocci di una dignità completamente demolita. Solo un secondo prima stavo provando a dare un seguito a quel bacio fuggiasco e ora, la voglia di avvicinarmi a quella donna si era incrociata con il bisogno di allontanarmene con la coda tra le gambe. Ero certo di aver pigiato l’unico tasto che non avrei dovuto nemmeno guardare, quello rosso con la scritta lampeggiante: Me la pagherai.

Ormai era tardi per rimediare, Gala si trovava certamente in cucina a selezionare la lama migliore da piantare nelle mie viscere. La prospettiva più rosea che mi poteva attendere era quella di essere allontanato con ignominia da quella casa. Avrei trascorso la notte in un luogo imprecisato della periferia montecatinese, in mutande e senza macchina; consumato da un efferato e implacabile contrappasso che mi voleva perso nell’atto di cercare. Così, mentre combattevo con la paranoia di essere eliminato con un coltello da pane, Gala si affacciò dallo stipite dalla porta. Sorrideva anche se gli occhi erano gonfi di lacrime.
“E lo zenzero?”.
“Lo zenzero adesso non ci serve”.
Spense le luci. In testa solo quella musica:
…Fammi l’amore forte sempre più forte ed io sono l’America…