Editoriale #2 – Filippo Romei

Abbiamo ingoiato formidabili sorsate di veleno. Le viscere ci bruciano. La violenza di questo veleno ci ha torto le membra, ci ha reso deformi, ci ha rovesciato a terra. Questo è l’Inferno, la pena eterna!
Abbiamo intravisto la conversione al bene e alla felicità, ma l’abbiamo respinta. L’aria dell’Inferno non tollera gli inni. Ci crediamo all’Inferno, dunque, ci siamo. E le delizie della dannazione saranno più profonde, più profonde ancora.
E dire che abbiamo in mano la verità, che riconosciamo la giustizia in ciò che facciamo; è un giudizio sano e sicuro, a prova di perfezione. Una sottospecie di orgoglio folle, tanto che la pelle della testa ci si secca.
Qua non vi sono forse delle anime oneste? Anime alle quali voler bene? Avete forse un guanciale sulla bocca – tanto spesso che non riusciamo a sentirvi –, siamo forse fantasmi? Certo, non è semplice avvicinarsi a noi: qua si avverte nitidamente l’aroma del fuoco, il riverbero del sogno, lo scoccare netto dell’ora finale.
Le allucinazioni, qua dentro, sono innumerevoli. Ma non ne parlerò: i poeti e i visionari che vi dimorano ne sarebbero gelosi, e se ne avrebbero a male. Loro possiedono mille talenti. Abbiate, dunque, fiducia in me; la fede conforta, guida, risana. Per cui voi tutti, venite! Io non chiedo preghiere, non domando favori, solo la vostra fiducia riuscirà a rendermi felice.
Decisamente, siamo fuori dal mondo. Dovremmo avere il nostro inferno privato per l’ira, quello per l’orgoglio, e ancora quello per le carezze. Dovremmo avere un concerto di inferni! E vostro dovere sarebbe dare uno sguardo alle nostre deformità, al veleno che abbiamo con sublime estasi ingerito, alle nostre debolezze, agli splendori e le crudeltà del mondo.
Le nostre vite sono logore. Per cui fingiamo, facciamo i fannulloni, esistiamo divertendoci, sogniamo amori portentosi e universi fantastici, ci lamentiamo e denunciamo le apparenze del mondo: saltimbanco, mendicante, artista… prete! Ma così facendo, ci ribelliamo alla morte.
Oggi, crediamo di aver terminato la relazione dei nostri inferni. Dunque, quando andremo al di là delle spiagge e delle montagne, a salutare la nascita di un lavoro nuovo, di una saggezza nuova, noi non malediremo più la vita, pur rimanendo schiavi di essa. L’autunno ci insegue, ma perché rimpiangere l’eterno sole quando impegnati alla scoperta di una nuova chiarezza, una più stupefacente prospettiva?
Certo, temiamo l’inverno: la stagione delle comodità. Ma vogliamo credere che esso sia il grimaldello che ci condurrà a creare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue. Perché seppellire le nostre immaginazioni, i nostri ricordi? Sarebbero nient’altro che glorie di artisti, e narratori, andate in malora.

Filippo Romei
(Direttore Editoriale)