Editoriale #4 – Nicola Della Pergola

Si dice che chiusa una porta si apre un portone. È una cazzata. Una bugia che ci diciamo da soli per aiutarci nei momenti di crisi. Sapete, no? Quando ci lasciamo dopo una relazione durata anni, quando perdiamo il posto di lavoro, quando quell’occasione che aspettavamo da tanto è naufragata portandosi dietro un po’ delle nostre speranze. Allora ci troviamo con gli amici a riderci su, a fare spallucce, a dire che la vita va avanti, che il colpo è stato duro ma ehi che ci vuoi fare, a dire che quel che non ti uccide ti fortifica. Che chiusa una porta si apre un portone, appunto. Si spalanca, addirittura, per i più ottimisti. Ecco, no, direi proprio di no. O almeno, direi che le due cose non sono consequenziali. Perché in questo detto consolatorio c’è un po’ di quell’ideologia che, magari senza nemmeno ammetterlo, vede nel destino un qualcosa di benevolo, che tutto sommato ci verrà incontro. Perché, diciamocelo, noi siamo i buoni, no? Cioè, nell’eterna dicotomia che pervade la storia dell’umanità, noi siamo sempre i buoni. Nessuno di noi si alza la mattina, si guarda allo specchio e dice: che gran figlio di puttana che sono, spero proprio che il terrore si sparga per l’universo e che regni il caos distruggendo ogni cosa. No, noi ci vediamo sempre dalla parte del giusto, di quello che sì, avrà un sacco di difetti, che potrebbe certamente essere migliore perché alla fine non siamo mica infallibili, però senza dubbio, senza nessuna ombra di dubbio, siamo e saremo sempre e per sempre, i cazzo di buoni. E quindi perché mai il destino non dovrebbe aiutarci? Venirci incontro quando abbiamo più bisogno? Sarà sicuramente così, no? No. E lo ribadisco, in modo che sia chiaro a tutti: no. No, il destino non veglia su di noi con sguardo amorevole e compassionevole, pronto a tirarci su dopo una brutta caduta e a soffiarci sulle ginocchia sbucciate. Ma, di contro, non è vero nemmeno il contrario, ovvero che stia lì pronto a darci il colpo di grazia. Perché il destino siamo semplicemente noi, le nostre azioni, la nostra volontà di fare, di andare avanti, di impegnarci. Poi, certo, c’è la fortuna e la sfortuna, i colpi di culo, i casi strani e le incredibili coincidenze. Ci sono un sacco di cose, ma soprattutto e sopra tutto, ci siamo noi e il nostro costruirci una strada che sarà – quella sì! – piena di porte. Porte che ci faranno da accesso ad altre porte, che ci condurranno ad altre porte ancora, che si dipaneranno in corridoi labirintici pieni di ulteriori porte da aprire, di spazi in cui curiosare, di schiaffi in faccia e carezze bellissime. E ce le porteremo dietro tutte quelle porte. Come quella lucida dell’aula che doveva chiudersi al suono della campanella. E quella rossa della stanza dove hai affrontato l’esame di maturità. E poi c’era la porta verde che doveva rimanere aperta a casa della tua prima ragazza e quella che tentavi di socchiudere piano per non svegliare i tuoi genitori. E quella della tua prima auto, che cigolava quando pioveva, e la porta un po’ trasandata della tua prima casa in affitto e la porta con uno strano oblò della sala parto che si è spalancata una volta per la paura e una volta per la gioia. E infine c’è un’ultima porta, che poi è questa porta, che si apre su di un mondo fatto di storie che raccontano di porte. E allora non ci resta che leggere e aprirle tutte queste porte, ché una porta che rimane sempre chiusa è una porta che ha funzionato solo a metà.

Nicola Della Pergola
(Redattore – Gruppo editing)