Gli occhi del pavone

Racconto di Elettra Gallorini
Foto di Giulia Breschi

Giulio mi ha chiesto di uscire. Non so esattamente perché ho accettato, ma ormai sono qui. Decidiamo di prendere una pizza al volo e ci sistemano in una tavolata piena di gente sconosciuta, col loro rumore che protegge le nostre parole. Ci parliamo a pochi centimetri, ma in Giulio riconosco solo uno sforzo di fare bella figura, non c’è lealtà in quello che dice.
Mi sembra di essere a un colloquio di lavoro e non so se sto dando le risposte desiderate: che lavoro fai? Quanti anni hai? Dove vivi?
– Preferisci il mare o la montagna?
– Cosa? – rispondo.
– Il mare o la montagna?
Intanto il brusio fa da campana alla vanità di ogni nostro gesto che si perde nell’aria chiusa e pesante del locale.
– Non so. Tu cosa preferisci? – controbatto.
È interdetto, ma risponde:
– Il mare.
Un’improvvisa voglia di contraddirlo mi pervade.
– Invece io la montagna. Sai, le passeggiate, il verde, la natura…
– Sì, forse hai ragione la montagna è più bella – mi asseconda.
Vuole piacermi a tutti i costi. Fa il pavone. Apre la sua ruota piena di occhi e mi fissa.
Questa cosa mi fa tornare indietro a momenti sparsi della serata di ieri e dà loro senso. Una sera fa ero infatti al concerto dei Solki al Riff Club. Il loro ultimo album uscito ad aprile di quest’anno si chiama proprio Peakock Eyes, gli occhi del pavone.
Per chi non conoscesse la band, essa è formata dal trio composto da Serena Altavilla (voce e chitarra), Lorenzo Maffucci (chitarra) e Alessandro Gambassi (batteria). Una formula la loro che si basa su fraseggi chitarristici, una batteria ridotta ai minimi elementi e soprattutto sulle modulazioni canore dell’Altavilla, la quale riesce anche nell’impresa di eseguire la cover di un pezzo straordinario come I’m your man di Leonard Cohen senza perdere di credibilità. Lei avrebbe davvero di che pavoneggiarsi.
Tra le tante hanno suonato Wriggled arms, Liza’s for all, Empty bag jellyfish e ovviamente Peakock eyes, che ci racconta come la vanità sia in effetti sempre associata alla disperazione perché il desiderio del possesso è in realtà legato a considerare una persona non per come è, ma per come si vorrebbe che fosse. “Belong me or I kill you” canta l’Altavilla e si impone come una cicatrice, un’incisione, un solco – appunto. Assecondare allora è un volere esser guardati con ammirazione, fingendo di essere come si pensa che l’altro ci vorrebbe.
Poi In a bounce, Puddle e alcuni pezzi dell’album precedente tra cui Nervous gut e Donkey’s Gloria.
I Solki ci dimostrano come non ci sia bisogno di molti elementi se quelli a disposizione vengono ben dosati… un po’ come in amore. Ma non si dice che l’amore è cieco? Io davvero non so se sia giusto, ma d’altra parte non so neanche se preferisco il mare o la montagna. Però so che stasera, tornando a casa dopo l’appuntamento con Giulio, ho voglia di pavoneggiare anch’io. L’ho capito quando ho iniziato a domandarmi: chissà se ho passato la prima selezione e mi chiamerà per il secondo colloquio?