In un giorno qualsiasi – Valeria Caliandro

Al bar Nanni ho visto bambini neonati che poi sono andati a scuola, fino alla quarta elementare. Ho visto Maurino, che tutte le mattine, passando davanti casa sua mi diceva: “Buongiorno bellissima!” e poi un giorno, un paio d’anni fa è morto e nessuno, a quell’ora, verso un quarto alle otto di mattina, me lo ha più detto che ero bella, anche perché non era poi così vero: per dieci anni, al bar Nanni, sono andata struccata e in disordine come chi resuscita la mattina, invece di svegliarsi. Dunque per dieci anni sono resuscitata, ogni giorno, tranne il mercoledì, in tutte le cose che ruotano, si trasformano e si perdono in giorni qualsiasi.
Per dieci anni ho chiamato il martedì sabato e il sabato mercoledì e ho arrotondato l’unghia del pollice destro in un modo improbabile e irreparabile, grattando i vassoi delle paste, per lavarli bene, senza lasciar segni. Per dieci anni ho spazzato il marciapiede, quasi ogni giorno, con gli occhi addosso dei passanti, per lo più piccole donne anziane, che mi osannavano per quel gesto, che in realtà mi rinfrancava l’anima e anche il portafoglio.
In dieci anni ho avuto un corteggiatore russo, o così ho voluto fantasticare io, che mi guardava fisso ma senza volgarità. Lui mi guardava con nostalgia. Mi guardava come un amore perduto, come tutto ciò che di familiare può farti amare qualcosa di nuovo. Allora io, immaginavo chissà in quale vita, e in quale balera, devo avergli detto addio, e gli facevo il resto sfilando la mano da uno scaldamani immaginario e un invisibile colbacco in testa.
Per dieci anni sono resuscitata nel vapore del latte che si fonde al caffè, mi sono fatta raccontare, e spesso interpretare, il giornale dagli abitudinari lettori del mattino. Compresa lei, la signora che ogni mattina controllava i necrologi, forse per verificare che ancora non ci fosse scritto il suo nome.
Al bar Nanni, in dieci anni, ho avuto molti nonni, tutti quelli che non ho avuto davvero. Ho avuto la ricchezza delle voci popolari, delle storie che si trovano, preziose, tra le pieghe di tutte le cose che ruotano, si trasformano e si trovano in giorni qualsiasi.
Una volta al bar Nanni è entrato un uomo completamente nudo, e io, che pulivo il tavolo, ho alzato lo sguardo e ho visto il suo pene, mentre lui continuava a urlare: “Io sono Paola! Mi chiamo Paola! Non Paolo!”. Avrebbe almeno potuto nascondere il pene, ma io le credetti lo stesso.
Al bar Nanni, in dieci anni, ho sentito e visto molte cose, e più del mestiere, forse, ho imparato che finché non avrò un’opinione su tutto potrò ancora godermi la vita.
Il giorno di San Valentino qualcuno veniva al bar due volte: una a pranzo, per il dolce per la moglie e una a cena, per il dolce “più” champagne per l’amante. Per dieci anni, al bar Nanni, ho conservato molti segreti, e taciti accordi, e riti che mi hanno scolpito lo stomaco.
Al bar Nanni, una volta, ci sono stati i topi, e questo ora lo dico solo perché posso farlo.
La mia vita al bar Nanni, dopo dieci anni, sta per morire, come Maurino, come l’unghia del mio pollice destro, il corteggiatore russo, la signora dei necrologi, tutti i nonni che non ho mai avuto, come Paolo o Paola e i topi della cucina, o forse io, e tutti loro, stiamo per resuscitare in mezzo a tutte le cose che ruotano, si trasformano, si perdono e si trovano in un giorno qualsiasi.