La pista delle Fiesta

Tratto dalla rubrica
“Qui ci troverai ladri assassini e tipi strani”
Primo episodio
di Fausto Bagattini

Dicono che la collocazione dei prodotti in un supermercato sia funzionale a un certo livello di smarrimento del cliente, utile a lasciarlo vagare fra i corridoi facendogli notare prodotti che, lontano dagli occhi, non acquisterebbe. Per questo vengono effettuati spesso spostamenti della merce, apparentemente senza alcuna logica razionale, in realtà sottilmente mirati. A me tale politica rischia sempre di far dimenticare qualcosa dalla lista mentale prefissatami, col risultato di perdere tempo in un dedalo di corridoi con vecchi deambulanti, bambini scalmanati, massaie che ti tagliano la strada col carrello, cinesi che ti si piantano nel mezzo discutendo a voce alta.
Se vado a fare la spesa in quel supermercato piuttosto che alla Coop, non è per una questione ideologica ma proprio per la precisione che regna sovrana: gli spostamenti sono ridotti al minimo – per lo più a seconda del calendario – e soprattutto ci sono meno pensionati.
Di fatto, però, fu proprio per la dispersione in vari reparti di prodotti per la prima colazione che la incontrai in quel freddo venerdì sera di febbraio battuto dal vento e dalla pioggia, all’intersezione tra il corridoio sette – quello delle merendine – e il lungo corridoio trasversale delle casse.
I nostri occhi si incrociarono, fu solo un attimo, una questione di chimica e io non resistetti alla tentazione di far scivolare languidamente il mio sguardo al suo carrello della spesa. Fettine di pollo, hamburger di pollo e tacchino, latte di soia, yogurt magro, gallette di riso, cereali integrali, in un tripudio di bollini gialli sulle confezioni, indicanti la percentuale di sconto. Anche senza vederla avrei potuto tracciarne il profilo: donna sopra i quaranta, in carriera, buon reddito, buona istruzione, attenta alla linea e alla spesa, single, con almeno una relazione sentimentale importante fallita. E solitudine, tanta solitudine. Scelta o auto-imposta poco importa, magari dettata dai sensi di colpa verso un figlio avuto troppo presto, dalla persona sbagliata.
Tolsi lo sguardo per non sembrare inopportuno, mi concentrai sul suo aspetto fisico, che confermò la mia impressione. Gli occhi verdi orlati di mascara erano quelli di una pantera triste, i lunghi capelli castani sciolti le conferivano un’aria trafelata, compensata dall’eleganza del dolce vita aderente che le copriva meta collo e disegnava dolcemente il profilo di un seno morbido e rigoglioso. Così come i glutei, fasciati da dei jeans molto stretti che si infilavano in lunghi stivali neri, lasciavano trasparire i segni, oltre all’intimo indossato, di una dinamicità che resisteva al trascorrere del tempo. Quei bei glutei di una volta, tondi, pieni, che danzano ancora lungo il sottile crinale che divide la sensualità piena, matura e consapevole dall’ineluttabile decadenza, erano irresistibili tanto quanto il mento leggermente sporgente, che le donava un’eccitante aria altezzosa.
Ma quando allungò il braccio ed afferrò al volo una, due, tre, sei, sette confezioni di Fiesta, gettandole nel carrello, rimasi allibito. Sì, esatto, la Fiesta, la merendina della Ferrero, quella ricoperta di cioccolato al vago aroma di arancia chimica!
Controllai la targhetta sullo scaffale ma non c’era alcuna promozione, bonus per raccolte punti soci, nessuna giustificazione commerciale che potesse spiegare un acquisto del genere.
Che razza di coerenza poteva esserci nel comprare di venerdì sera, gallette di riso e sette confezioni di Fiesta? Ne avrei potuto accettare una, forse due, come uno sfizio, come strappo alla regola, come eccezione a una rigida disciplina alimentare. Ma sette confezioni di Fiesta, no. Era una scelta totalmente priva di senso in una spesa di breve respiro, di quelle che esci tardi da lavoro e ti ricordi che non hai niente nel frigo, entri nel primo supermercato e prendi lo stretto necessario, rinviando a quando avrai tempo la “spesa strutturale”.
La probabilità di un figlio non bastava a spiegare le sette confezioni, a meno che non avesse messo al mondo una squadra di calcio, a meno che non fosse una madre così snaturata da preoccuparsi solo della propria linea, lasciando strafogare i figli nel cibo spazzatura. Magari cercava di compensare con gli zuccheri in eccesso i problemi relazionali col figlio. O magari tentava di sublimare una libido che covava sotto la cenere quotidiana di una vita frenetica di donna in carriera, che si ritrova a mangiare petto di pollo, di venerdì sera. Da sola. Così, lo ammetto, presi a seguirla con un certo trasporto, ad una quindicina di metri di distanza seguendo la scia di Chloé che lasciava dietro di sé.
Non fece altri acquisti. Quando svoltò in maniera definitiva verso le casse salva-tempo – che io non avevo in quanto inibito dopo l’ultima rilettura non andata a buon fine – cercai di tagliarle la strada dirigendomi alla cassa 17, che aveva meno clienti delle casse rapide.
Mi imbattei in un uomo africano, a pelle avrei detto nigeriano, con una pila di lattine di birra Bavaria, che avevo intravisto al trenta, forse quaranta percento di sconto. Facile, veloce, rapido. Solo che al momento del conto, poco meno di cinque euro, tirò fuori dalle tasche dei pantaloni di flanella grigia su ciabatte Madigan blu oltremare, un sacchetto di plastica del Penny Market zeppo di monetine di rame. Le rovesciò sul bancone della cassa mettendosi a contarle una ad una, mentre la cassiera, evidentemente esaurita più dall’esistenza che dalla fatica del lavoro, batté la fronte contro il palmo della mano destra. Attendevo spazientito. Dietro di me si formò una coda di clienti in attesa, irritati quanto me, ma più per una questione etnica.
Io non sono razzista. Ho tanti difetti, ma non sono razzista. Il fatto che fosse nero non era per me né un problema, né un’aggravante. Tanto meno mi interessava partecipare alla discussione che si stava animando tra il resto degli astanti su come si fosse procurato le monete, o il permesso di entrare in Italia. Mi stava facendo sfuggire il mio obiettivo e questo contava più di ogni altro simposio improvvisato sulle politiche di accoglienza del nostro paese. Più di mettersi a difendere l’italiano dallo sfregio osceno che tali intellettuali organici compivano ad ogni frase.
Quando la vidi sfilare all’orizzonte, in direzione dell’uscita, estrassi dal portafoglio una banconota da cinque euro e la allungai alla cassiera.

   – Pago io per te, fratello, ma togliti di mezzo che mi stai facendo perdere tempo.

   Ammetto di aver utilizzato espressioni un po’ più colorite al posto di “di mezzo”. Ma non razziste. Tanto che il presunto nigeriano mi ringraziò con la mano sul cuore.

   – Sì sì okay fratello, ora però spostati che son di fretta. E lei, garbata commessa, cortesemente, se non la urto, potrebbe affrettarsi a farmi il conto?
In quel momento la intravidi entrare nell’ascensore riservato al parcheggio del piano -2. Mollai la spesa sul tappetino rollante e mentre il presunto nigeriano auspicava benedizioni divine al mio riguardo, lo spostai bruscamente, involandomi verso l’ascensore che chiuse le porte giustappunto al mio arrivo. Imboccai di gran lena le rampe mobili affrettando il passo, ma perdendo clamorosamente l’equilibrio una volta messo il primo piede sulla terraferma del pianerottolo -1. Mi rialzai. Presi la seconda rampa prestando attenzione a non ruzzolare. Quando di fronte a me si dispiegò il piano -2, avevo il cinquanta per cento di possibilità di indovinare l’uscita giusta: destra o sinistra?
Sinistra. Scelta giusta. Solo che la scorsi al posto auto numero 436, che già chiudeva il bagagliaio di una Mercedes Classe A color grigio metallizzato. Entrò nell’abitacolo e sbatté lo sportello. Mise in moto e filò via, con un leggero stridio degli pneumatici, sul pavimento liscio del parcheggio, inerpicandosi sulla salita dell’uscita.
Con quello che le accadde dopo, ispettore Morucci, io non c’entro niente, nonostante le apparenze e i miei precedenti penali la possano indurre a pensare il contrario.