L’appartamento – Ilaria Franchi

Di seguito, il racconto vincitore 
del Concorso Letterario a tema “L’Amante”
scritto da Ilaria Franchi

Non rifletto mai sulle sensazioni che provo durante quelle serate, sono intense, contraddittorie, mi confondono.
Le chiamo semplicemente “le sensazioni dell’appartamento”.
Iniziano mentre salgo quattro piani di scale, buie e maleodoranti, di un vecchio palazzo in centro storico. So che un uomo, il proprietario, mi aspetta sulla porta, per questo cerco di salire velocemente, anche se ad ogni piano i battiti del cuore si fanno sempre più accelerati. Non ho mai fatto sport in vita mia e sono senza fiato quando finalmente lo vedo.
Lo trovo sempre vestito senza cura, trasandato; è giovanile, bello, sufficientemente educato, sprezzantemente colto. Mi sorride e mi abbraccia, senza mai stringere troppo.
L’appartamento è spazioso, ma noi viviamo solo le due estremità: la cucina, a sinistra, e sulla destra la camera da letto. Rimane inutilizzata la parte più ampia della casa, un vasto salotto che collega le due stanze. Vi immagino feste con tante persone che ballano, parlano in gruppi sparsi, si passano del fumo, ridono, bevono e ascoltano la musica di quello stereo molto costoso sempre acceso.
Altre serate dell’appartamento, non quelle dedicate a me.
Entriamo in casa ed andiamo in cucina, dove lui inizia a preparare la cena. Io mi siedo al tavolo non ancora apparecchiato con un calice di vino rosso in mano, mentre lui mi parla di come stia lavorando su sé stesso grazie alle sue ultime letture. Lo ascolto con interesse, ma la mia mente è attratta dalle macchie di unto sul tavolo, dal sacco della spazzatura stracolmo e dai vuoti di bottiglie di vino nascosti in file multiple dietro la porta: ricordano il profilo di Manhattan con i suoi grattaceli. Mi verrebbe da dirgli: “dovresti chiedere alla signora che ti aiuta in casa di pulirti a fondo la cucina, ogni tanto”, ma mi mordo la lingua, non sono sua madre né la sua compagna, non sono neanche sicura di essere un’amica, sono solo un’amante, tra l’altro senza esclusiva.
Non è un monologo quello del proprietario, io intervengo spesso. Come se ci fosse una parte di me che osserva dal di fuori, mi vedo interagire in modo aggressivo, a voler dimostrare che sono all’altezza delle sue dissertazioni. Il risultato è che spesso le nostre conversazioni non sono un tranquillo e ritmato palleggio di tennis, ma un continuo smasharsi addosso, l’uno contro l’altro, in una partita avvincente ma stancante.
Ogni tanto sparisce per qualche minuto e ritorna con una canna accesa. La fuma senza offrirmela, affacciato alla finestra, mentre continuiamo a parlare; sa che la rifiuterei, ci ho provato in molte occasioni ma finisco per stare male e rovinarmi la serata.
Dopo aver cenato, mi porta in camera a fare l’amore. Le prime volte mi sollevava dalla sedia con le braccia, attraversava tutto il salone e mi appoggiava sul letto. Adesso mi prende solo per mano. Forse vuole dimostrarmi la sua teoria dell’utilità marginale dell’entusiasmo, che diminuisce all’aumentare della frequentazione reciproca.
Il proprietario fa l’amore come un cavernicolo. Non c’è niente di cerebrale nei suoi modi, come se lasciasse il cervello e le sue teorie in cucina. Nessun preliminare, nessuna parola, niente, silenzio assoluto. Per lui il sesso è entrare in una dimensione primordiale, dove contano solo le sensazioni, mentre io non solo mi porto dietro il cervello, ma anche quella osservatrice esterna che mi guarda fare l’amore con un uomo che ama la sua libertà e non me.
Finalmente, dopo mesi, ho imparato a rivestirmi al buio e uscire di casa dalla porta giusta, senza entrare nel ripostiglio adiacente all’ingresso.
Non credo ci sia altro da imparare, sulla struttura della casa intendo.
Una volta chiusa la porta alle mie spalle, devo dimenticare ciò che lascio dietro e cercare di scendere le scale senza franare sui ripidi scalini, nonostante la stanchezza e le precarie condizioni di lucidità in cui mi trovo, dovute alla tarda ora notturna, all’eccesso di vino, agli altri vizi consumati.
Tutto questo è essere amanti: condividere solo una parte della vita, attraverso una interazione erotico – intellettuale, in modo da arricchire ed essere arricchiti, continuando a sentirsi liberi di fare ciò che vogliamo di quello che ci resta da vivere. Questa è la filosofia amorosa del proprietario.
A volte, in un eccesso di generosità, mi dice che la prossima volta verrà lui da me. Ed allora mi immagino la stessa serata all’interno della mia casa, piena di una vita che è la mia, che segue teorie e filosofie diverse.
No, sono io che devo andare da lui. L’ appartamento, è uno spazio reale, ma al tempo stesso ideale, dove concedersi al sesso e vivere emozioni che fuori da quel luogo mi imporrebbero domande alle quali, a questa età, non ha più senso rispondere.
Non rifletto mai sulle sensazioni che provo durante quelle serate.
Le chiamo semplicemente “le sensazioni dell’appartamento”.