L’arcipelago dei pesciragna – Christian Di Furia

I neri fanno karate in un pianterreno giapponese di un quartiere di Foggia: la porta shoji scivola a sinistra, scuri karateki nerokimono schierati ieratici muti.
Arriva Enrico vestito da donna con un abito verdepailettato tuttosbrilluccicante che gli lascia la pancia scoperta, mentre ha in testa il caschetto sfilacciato di una parrucca bionda, e ride ubriaco come una puttana.
Dietro il pianterreno giapponese, un teatro senziltétto totalmente bombardato, sul palco sale un ragazzino che prima portava i capelli lunghi arricciati e gli occhiali, e adesso porta solo gli occhiali, sale e comincia a recitare a memoria il Mein Kampf, Verrà un giorno, dice, in cui sarà più grande onore avere il titolo di cittadino del Reich in qualità di spazzino che essere re in uno Stato straniero, e questo giorno verrà certamente, poiché, in un mondo come il nostro, che permette la mescolanza delle razze, uno Stato che dedica tutti i suoi sforzi allo sviluppo dei migliori elementi razziali deve fatalmente diventare il padrone del mondo. Chi non è di buona razza in questa terra è loglio. Chi non è di buona razza in questa terra è loglio. Chi non è di buona razza in questa terra è loglio, loglio, loglio, è loglio, è loglio, ellòglio, ellòglio, ellòglioè, elloglioè, loglio. Cosa cazzo è?! In senso figurato, il loglio è assunto spesso a indicare la parte, in senso figurato, per ricordo d’una parabola evangelica, il loglio è assunto spesso a indicare la parte cattiva di un insieme di persone o di cose, distinguere il grano dal loglio, Matteo, capitolo tredici, versetti ventiquattroeseguenti, in senso figurato, per ricordo d’una parabola evangelica, Il regno dei cieli, dice, si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania?” Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo”. E i servi gli dissero: “Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla?”. “No,” rispose, “perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.
Intanto Antonio scappa, e lui, lui Nanni, che è suo fratello, gli scappa appresso, solo che Antonio è come sempre, mentrelùi mentrescàppa è bambino, come quando bambini fratellini cercavano cortili serbati da altri alti cancelli celati da altri alti alberi eruttati in altre alte chiome inverdite su alti altri cancelli arruginiti. I due scappano inseguiti dalla polizia aiutati da uno che fa lo scrittore e cerca solo un pretesto per drogarsi e farsi un bel trip, e da un gigante alto con la testastretta che può fare sicuramente più paura agli sbirri che lo scrittore Allucinato, il quale comunque ha il cuore impavido, o forse è solo che non discerne bene le conseguenze psico-mototrie-real-emozionali dei suoi gesti, e comunque sia ride, sempre, anche quando la polizia quasi arriva ad accerchiare i due fratelli che scappano. Antonio corre e suo fratellochébambino corre, solo che questi, a differenza di Antonio, corre senza sapere il motivo della fuga, quindi dell’inseguimento, quindi del pericolo, dunque della paura, dunque dell’affanno, vuoi della tensione, vuoi della preoccupazione, lui corre senz’altro, cioè senza gli interessi altro, a parte il motivo della fuga, che però non chiede e quindi non conosce. Scappachetiscappa si ritrova nel bagno abbandonato di una casa abbandonata alle cacche di topo sul pavimento e all’umidità sui muri, e mentrAntonio chiude la porta e gira la chiave nella serratura e spia da una crepa piccola nella porta ortogonale alla serratura, Antonio rigira la chiave e va a farsi la doccia. Perché?, Perché hai riaperto?, e Antonio dalla doccia gli dice che tanto li hanno visti, e infatti la polizia entra e li prende.
Accompagnato dalla polizia a casa della casa diquand’era bambino, Nanni ha paura che sua madre venga a sapere del casino, e quindi sta in allerta, finacché il gigante con la testastretta, chissàpprìma dov’era finito, si presenta in soggiorno a dirgli che tutto è a posto, che è tutto finito, e che ora sono salvi. E che lo scrittore drogato è morto «ma vi saluta tanto, a te e tuo fratello, ha detto di dirvi che si è divertito».

Nanni apre gli occhi.
Il soffitto bianco è sfumato da un’amorfa membrana di ombra che non permette alla luce del mattino di rifrangersi e di franare di bianco tutta la stanza.

Si tira su il tanto che gli basta per mettersi seduto, si sfila da sotto il sedere il cuscino che si corica sull’altro lato perfettamente in ordine del letto matromoniale: il lenzuolo e il piumone tirati come una pianura di ghiaccio, gli angoli ficcati sotto il materasso, il cuscino paffuto senza sgualciture.
La scrivania sgombra dai vestiti.
L’attaccapanni potato dai cappotti.
Gli armadi sfitti, le grucce con le spalle leggere.
L’ordine di tutto ciò che non c’è più.
Il disordine dei suoi pensieri che ora comincia a rapprendersi in presagi di claustrofobia, Nanni si massaggia le tempie e si sforza di pensare ad altro, e di altro in altro ancora prova a sfogliare pensiero velocemente così da riuscire a fare aria nel proprio cervello. Ma la sinfonia del silenzio che vizia l’aria nella stanza e nella casa fa da colonna sonora alla sua fobia di rimanere soffocato.
Prova a ricostruire il sogno che ha fatto, ma gli è rimasta soltanto la sensazione di una fuga babilonica. Gli occhi chiusi, con i polpastrelli dell’indice e del pollice si friziona tenuamente le palpebre facendo sottilissimi cerchi, come piroette di una ballerina scalza che danza su vetri sfasciati, lì, al margine di un burrone dentro il quale si ammassano frattaglie incenerite di automobili e rifiuti organici decomposti smangiati e vomitati dai vermi, lì, dove quella ballerina riesce ancora a sentire dei lamenti che s’armonizzano con la sua coreografia.

Il gigante con la testretta e lo scrittore Allucinato sono accucciati ai piedi del letto che guardano Nanni seduto, poi se ne vanno in soggiorno, incuranti di camminare tra croste di sangue, cacche di topi, liquido seminale e piscio. Nel soggiorno parlano a voce bassa, anche se lo scrittore Allucinato urlicchia e ride senza senso fino a che gli manca il respiro, e il gigante deve sempre dirgli di non fare rumore perché c’è Nanni di là che si è appena svegliato. Nanni, occhi ormai aperti, cura aranciomeccanica, li sente rumoricchiare in cucina come quando da piccolo si svegliava dalla pennica pomeridiana e sentiva il rumore di piatti e acqua di sua madre che lavava le stoviglie. Un suono che gli riusciva a dare una certà serenità. Avverte, dalla camera al soggiorno, le ginocchia del gigante sbattere a terra, sente i suoi miagolii mentre cerca di spaventare i topi che si nascondono negli angoli sotto porte divelte accatastate a pezzi di intonaco, sedie con tre gambe, gambe di sedie, poltrone lacerate e rosicchiate, scatarri diventati solidi, bottiglie di vetro spaccate in obliquo, armadi diventati marroni ma solo per mancanza di luce perché in realtà sono ardesia. Testastretta va a caccia di topi strisciando sul pavimento o gattonando, scansando il traffico di vacui scatoloni pieni d’aria ammuffita, spinotti, cavi, tavoli mutilati, maniglie scardinate, teloni di plastica trasparente che un tempo rivestivano gli oggetti per evitare che la polvere ci disegnasse sopra le proprie strade tortuose come le linee sulla mano di uno che ha nel destino il fallimento. Una volta che riesce a prendere i topi, Testastretta strappa via le code e le conserva, e quando ne ha abbastanza, le annoda una all’altra per farci dei braccialetti.
Lo scrittore Allucinato, invece, con le gambe allungate poggiate sul tavolo, accende una sigaretta dopo l’altra, continuamente, se ne caccia una in bocca prendendola direttamente con i denti dal pacchetto, l’accende, fa un tiro e poi la lascia sul tavolo, prende un’altra sigaretta, l’accende, fa un tiro e poi la lascia a terra, o la lancia, provando a prendere sul culo il gigante che gattona. Quando ci riesce, ride così tanto che cade dalla sedia, e poi risale e si sistema direttamente sul piano del tavolo, volendo esaminare con fare improvvisamente scientifico se la caduta del grave dal piano più elevato faccia più o meno male di prima, scoprire che magari il valore assoluto del dolore è invece lo stesso, il principio di equivalenza del dolore, e si lambicca con fare dubitativamente scientifico sulla possibilità di dettagliare una scala del dolore come con la scala mercalli, o la scala kelvin, o la scala per mettere i chiodi al muro.
Quando Nanni si alza dal letto, e si presenta in soggiorno, Testastretta è seduto al tavolo che prova ad allacciare code di topi con difficoltà, per via delle mani troppo grandi; l’Allucinato, invece, tra le labbra una sigaretta appena accesa, piscia in un water spaccato e poggiato su un lato in mezzo alla stanza, e così anche lui: urina steso su un fianco, il piscio che entra dal water ed esce dall’altra parte, finendo per infradiciare dei cartoni che sono lì da così tanto tempo che forse è meglio non alzarli.
– Scendiamo?, – dice Nanni.
– Sì, cazzo, sì, dobbiamo scendere perché io ho finito le sigarette!”, – dice lo scrittore inarcando la schiena per guardare dietro di sé.
– Non mi ricordo il sogno che ho fatto, – dice Nanni.
– Ma non ti preoccupare, Na’. Sai che devi fare? Intanto mettimi una sigaretta in bocca, che sto pisciando, non mi posso alzare.
– E poi scendiamo, sì, – barìtona con poca convinzione il gigante con la testastretta, il tono del medico che dice a due genitori che loro figlio sta bene, ma in realtà sta per morire.
Nanni si gira. Dietro di sé si innalza altissima la porta di quell’appartamento ormai lurido; guarda la porta sfondare il tetto e continuare verso il buio, prova a seguirla oltre con il collo all’insù, come quando guardava gli aerei in cielo sicuro che da un momento all’altro avrebbero cominciato a bombardare la città, e invece non succedeva mai niente.
Il fremito dell’aria rabbrividita da un sibilo ustionante percuote soltanto sul timpano del suo orecchio, e in quel rullo trepidante gli occhi di Nanni spiccano un salto e finiscono squassati sulla maniglia della porta. Raccogliendo e incerottando le macerie delle sue pupille, Nanni a quel punto ripercorre all’indietro il corridoio che l’aveva portato fino lì, torna in camera, e si siede sul letto matrimoniale, infagottandosi sotto le coperte.
Derapando Testastretta entra nella camera velocissimo, un berretto di pelo lanciato su un pavimento di marmo, e allungando il braccio agguanta un topo che stava andando a rifugiarsi sotto il letto. Alzando il busto, Testastretta guarda Nanni tenendo il topo per la coda.
– Tieni, – gli dice porgendogli il braccialetto che aveva appena finito di fare in soggiorno, – mettilo, e vedrai che domani alla fine scendiamo.
Nanni prende il braccialetto, e il gigante va via, lasciandolo solo.

Il letto prima era un gioco. Così come il divano e le poltrone in soggiorno, qualche volta anche le sedie della cucina. Lei e Nanni facevano finta che il pavimento fosse oceano. Bisognava fare ben attenzione, quindi, c’era il rischio costante di cadere e di annegare, o di essere mangiati vivi dagli squali e dai pesciragna – una particolare e schifosa specie di piragna con otto zampe come i ragni, che Lei un giorno si era inventata.
La loro casa era un arcipelago: il letto e le poltrone e le sedie erano le isole sulle quali si muovevano restando sempre insieme, e ridendo come i bambini quando corrono loro due si tenevano stretta la mano per non perdere l’equilibrio e cadere in acqua.
Ma quando Lei se n’è andata, l’oceano ha sommerso tutto, e si è ritirato di colpo, un giorno, in un risucchio sdentato, scoprendo un fondale intestino di chimo indigesto.
Il letto adesso non è più un’isola.
Nanni, lì seduto, si sente come sopra una zattera, incagliato in un viaggio alla deriva, dentro un mondo che ricorda, ma dove lui ora è straniero.