Lo scrittore – Episodio della rubrica “Note a margine” di Elettra Gallorini

La stanza in cui vivo è un dado, ma non ho abbastanza mani per tirarlo lontano, è buia e silenziosa. Le pareti un tempo bianche appaiono ormai ingiallite dal tempo, dalla paura e dai ricordi. Vi è un misero letto al centro, con un materasso sudicio e una coperta di lana a righe bianche e nere come le sbarre che tolgono la libertà. Un cesso di porcellana incrinata attaccato a una parete, mi ricorda di essere vivo e costretto a respirare l’esalazione velenosa e soffocante delle mie stesse feci. Non posso nemmeno lavarmi a modo. La guardia carceraria mi ha da poco consegnato il libro, era tanto che lo aspettavo. E adesso che ce l’ho tra le mani ho quasi paura ad aprirlo. Accarezzo la copertina. È rigida e sopra vi è raffigurato un quadro di Egon Schiele “Donna inginocchiata con vestito rosso”. Il colore rosso dell’abito riporta alla mia mente un vestito dello stesso colore, che una persona, che faceva parte della mia vita passata, usava indossare spesso. La forza trasmessa dai tristi occhi pensosi della donna ritratta con linee nervose e marcate, si concede un bagliore di misurata sinuosità, sensuale e macabra allo stesso tempo. Il suo sguardo graffiato dal desiderio cattura e tortura la mia coscienza a tal punto da togliermi il respiro.
Porto il libro alle labbra, lo bacio, quasi lo lecco; lo avvicino al naso e lo annuso: sa di te, di noi.
– Mi amerai ancora, mi amerai, – lo dicevi, forse amavi di più i miei problemi.
Lacera il ventre il tuo vento e poi da questa voragine ti lascerò passare per trovare finalmente la pace. Sto per aprirlo, quando un rumore di chiavi che sbattono tra loro mi distrae, poi la chiave nella serratura della gabbia. È la guardia carceraria col pranzo, ha i denti guasti ed è grosso, grasso, con il volto di un pupazzo in cui la crudeltà si alterna a fanciullesca furbizia. Mi faceva paura all’inizio, spuntava dalla finestrella della mia prigione come una bestia che sussurrando mostra il proprio muso al di là di una siepe.
Mi ordina:
̶ Scrittore fallito, eccoti il pranzo: bistecca di maiale e fagioli, neanche fossi al ristorante! Cosa fai lì impalato? Forza, vieni a mangiare!
̶ Adesso non ho fame, – rispondo e addestro i miei occhi a non guardare più, – quanto puoi tenermi qui e quando puoi lasciarmi andare.
̶ Dopo quello che hai fatto, hai davvero un bel coraggio a voler uscire. Chi ti credi essere! Mangia che è meglio! – e se ne va sdegnato.
Guardo fuori ed è l’alba come fuggono le ore da qui, ma la mia colpa m’incastra ad ogni istante. La polvere sulle mie mani è una cosa certa, soffia via la polvere… rimane. Ho cominciato a pensare, in questo periodo di prigionia, che il male non sia una presenza soprannaturale ma abbia una faccia e una gestualità, per un periodo ho pensato che fosse nei lineamenti del mio volto. Per fortuna in prigione non ci sono specchi, non sopporterei di guardarmi in faccia e vedermi diverso.
Stringo il libro tra le mani e sogno un cuore nuovo un po’ più buono in questo deserto e il male se ne andrebbe di certo, i miei ricordi in cambio di una parte più vera.
I miei ricordi: “Amore, cosa c’è?”.
L’ultima frase, l’ultima pagina, la tua fine:
“Per terra vetri di un flute, fogli sparsi, un abat-jour andata in pezzi, scarpe col tacco, un abito rosso. Sul comodino un bianco Chardonnay, bicchieri di plastica, posacenere a forma di dado, un libro di Rimbaud, un mazzo di chiavi, un accendino. Sulla scrivania un pc, vari post-it, un taccuino, un apri bottiglie, un borsone di plastica nera. Sulle pareti due quadretti raffiguranti vasi di fiori e paesaggi di montagna. Sul letto disfatto il corpo di Anna e un rigolo di saliva mista a sangue sul cuscino bianco. Sull’altro comodino un vaso con dei fiori, una foto. Sulla maniglia della porta una giacca grigia appesa. Sulla poltrona di pelle rossa un uomo seduto fissa il letto, attonito. Si alza e va verso la finestra, versandosi prima un po’ di vino in un bicchiere di plastica. Fuori alberi gonfiati dal vento oscillano lungo la strada che si colora prima di rosso, poi di arancione e infine di verde colpita dalle luci del semaforo. Guarda le poche auto passare, poi prende il sacco di plastica nero come il nero senza stelle di quella notte”.

ALBUM: Cristina Donà – Tregua (1997)
ETICHETTA: Mescal
TRACCE:
La stanza in cui vivo è un dado, ma non ho abbastanza mani per tirarlo lontano => “Ho sempre me”
– Mi amerai ancora, mi amerai, – lo dicevi, forse amavi di più i miei problemi. => “Risalendo”
Lacera il ventre il tuo vento e poi da questa voragine ti lascerò passare => “L’eredità dell’aria”
addestro i miei occhi a non guardare più, => “Risalendo”
– quanto puoi tenermi qui e quando puoi lasciarmi andare. => “Tregua”
Guardo fuori ed è l’alba come fuggono le ore da qui => “Stelle buone”
La polvere sulle mie mani è una cosa certa, soffia via la polvere… rimane. => “Raso e chiome bionde”
Sogno un cuore nuovo un po’ più buono in questo deserto e il male se ne andrebbe di certo i miei ricordi in cambio di una parte più vera. => “Ogni sera”

TESTI:
Cristina Trombini Sapienza