Non è una canzone di Vasco Brondi

Racconto di Elettra Gallorini
Foto di Simone Ridi

Squilla il telefono. È il mio amico Giacomo.
– Pronta per il concerto di stasera?
– Insomma… ho la febbre.
Ero ammalata anche quattro anni fa, l’ultima volta in cui gli Afterhours vennero a Prato. “È solo febbre!”, ho pensato oggi come allora.
Il concerto comincia in anticipo, in apertura ci sono le Luci della centrale elettrica. Il gruppo suona Destini generali, Coprifuoco e Stelle marine con un Vasco Brondi più intonato del solito. Quest’ultima canzone è l’unica che mi piace dell’ultimo album Terra, poi scopro che le parole sono di una poesia di Emily Dickinson.
A un certo punto mi sento toccare una spalla, mi giro ed è una signora sulla sessantina che mi chiede:
– Quando inizia a suonare il complesso rock, quello di David Agnelli…?
– Tra poco signora – rispondo. E lo spero vivamente.
In realtà Brondi canta ancora un bel po’: La terra, l’Emilia, la luna; C’eravamo abbastanza amati; A forma di fulmine.
Sale sul palco il violinista Rodrigo d’Erasmo, col quale ha arrangiato alcuni pezzi, tra cui Cara catastrofe.
Poi è il momento di una versione acustica di un brano di dieci anni fa Piromani e il tutto si conclude con il ritmo incalzante di Nel profondo Veneto.
Poi tutto si attenua, appare sfocato e lieve, è la calma prima della tempesta. Entrano gli Afterhours. E per quanto mi riguarda può iniziare il vero concerto.
L’apertura è con uno dei pezzi più amati dal loro pubblico: Strategie. Poi Male di miele, Rapace, Il sangue di Giuda. Essendo l’anniversario dei 30anni di carriera, la ripercorrono suonando alcuni tra i loro maggiori successi: Il paese è reale, Riprendere Berlino e Padania, quest’ultima introdotta con la frase di Agnelli: “Ho sempre cercato di fare quello che volevo, tanto che mi sono scordato cosa volevo”.
I ricordi e le pieghe della mia anima ferita si addolciscono con l’attacco di Grande, pezzo tratto dall’ultimo album Folfiri o folfox (il nome di due cicli chemioterapici). Penso che certe sere sia rischioso ascoltare, ma sono qui e per il tempo che rimane voglio credere a ogni parola e promessa, alla sincerità che racchiude l’attimo in cui viene pronunciata. Che poi è anche il senso del testo di questa canzone. E io di Manuel mi fido.
Poi un’altra serie di pezzi memorabili quali: Ballata per la mia piccola iena, Voglio una pelle splendida, 1.9.9.6., Bianca, Quello che non c’è, Non è per sempre, Pelle.
La piazza appare umida e viscida come un pesce e la voce di Agnelli è uno squarcio continuo, anche nella più pop Non voglio ritrovare il mio nome, seguita da Né pani né pesci, L’odore della giacca di mio padre e Il mio popolo si fa. Tutti brani del nuovo album.
L’intensità di questo disco è difficile da descrivere, è “un equilibrio perfetto tra rock, brani dominati dalla chitarra acustica, contaminazioni sperimentali”. Ma questo lo dice rockit, io non sono un tecnico, so solo che quando esco ho i brividi, ma la febbre è passata.
Il giorno dopo, squilla il telefono. È il mio amico Giacomo.
– Che fai? – gli chiedo.
– C’è il ragù che bolle sul fuoco, ho un cerchio tremendo alla testa e sto guardando le foto del nostro viaggio a Berlino, in una siamo abbracciati sotto il monumento ai caduti di Treptow…
– Aspetta, – l’ho interrotto – ma è il testo di una canzone di Vasco Brondi?