“Senza titolo” – Niccolò Protti

Di seguito, il racconto classificato 2°
al 
Concorso Letterario a tema “L’Amante”
scritto da Niccolò Protti

Talvolta guardi indietro e rimugini, in modo ingenuo e sbarazzino, sul fatto che lei potrebbe essere ancora lì, con gli occhi rivolti all’insù e con la testa su un altro pianeta. Forse sta pensando a te. Magari è appoggiata a quel balcone che anche tu ben ricordi e si sporge pericolosamente un po’ più avanti. Lo sa che basta poco per planare verso il suolo e che da quel piano, quel primo piano di quei mini appartamenti, tutti uguali, tutti in fila, tutti un’uguale fila di mattoni, le conseguenze potrebbero essere devastanti. Ma lei osa, perché è sempre stata avvezza ad un’audacia dannunziana, perfino sognante di pratiche da deprivazione sensoriale. Di notte – e ben rammenti quando te lo confessò, con tenerezza – covava il desiderio di riprovare l’ebbrezza di quel Luglio ormai trascorso, quelle sudate lune in quello spazio angusto stipato di ogni genere di carte senza significato. Eri timido al tempo, ti vergognavi al solo udire questi discorsi ma ne ridevi piano, di un riso dolce e di fanciullo, un passerino senza birra. Stavi diventando un uomo. Quello fu uno dei vostri primi incontri e già rimanesti sopraffatto dalla sua naturalezza, dal modo spigliato e conturbante del suo approccio, dalla presunta malizia che non riuscivi a comprendere pienamente. Eri sveglio però, col cervello ben attento a tutti gli stimoli e ti accorgesti subito di esserci cascato. Già sapevi che l’avresti rivista, di nuovo e sempre di nascosto. E così fu. Divenne una presenza costante nella tua vita, un leggero fardello da portare nell’ombra. Ti importava? Non molto, lo sai. Ti vedo, adesso, mentre rivanghi il passato, mente ti parlo, anche tu con gli occhi all’insù e con la testa su un altro pianeta. Magari, mentre ti guardo, tu e lei vi state incontrando, lassù, tra le stelle vicine e con la luna a guardarvi le spalle. Eravate amanti, amanti ognuno delle labbra dell’altro. Ricordo la tua vergogna quando mi confessasti che non vi eravate spinti oltre – per scelta – e che le vostre fantasie sarebbero rimaste tali, come le mie con un lapis in mano di fronte ad un foglio intonso. Ti rammenti quali furono le mie parole? Davanti alla tua faccia, al tuo imbarazzo, non ebbi per te altro che affetto e ammirazione. Lo definii un atteggiamento coraggioso, te lo dissi apertamente. E tu mi ringraziasti per aver compreso il tuo stato d’animo, sensibile, totalmente confuso dalle circostanze.
Ma guardami ancora un attimo. Ti scruto bene, la scorgo la delusione, l’amarezza di queste memorie nefaste. Viaggiavate paralleli, in sintonia, ognuno coi propri spazi. E poi finì tutto. Perché vi siete abbandonati? La confusione appunto, questo zibaldone che non hai mai sopportato. Eri un ottovolante, un tirare ad indovinare, ricordo bene anche questo. Eri combattuto, ti accusavi sempre di mancanza di coraggio, quel che era il punto forte di lei. Caratteri così opposti, eppure in simbiosi, eravate la “e” di due frasi che aspettavano di essere coordinate. Perché non ci hai creduto? Perché quella paura? Pregavo per te, per far sì che raccogliessi da terra la risolutezza per rischiarare l’animo tuo. Ti corrodevi vero? Lo so, me lo dicevi sempre. Ti sentivi bruciare e la sentivi bruciare, ogni qual volta vi vedevate, in quel parcheggio solo. Mi raccontavi che quel lampione, nemmeno particolarmente alto, talvolta era addirittura spento e che la voglia di venir meno al vostro patto e di abbandonarvi alla carnalità fosse dietro l’angolo. Ma avete resistito, soprattutto tu hai resistito. Lo sapevi che lei avrebbe infranto la vostra promessa, che ti avrebbe voluto, per sempre. Fu lì che vincesti le tue paure ma che la perdesti per sempre. Asciugati le lacrime, amico mio. Quella fu la tua salvezza, fu lì che scovasti non per terra, ma nella tua volontà, la necessità di dire basta. Basta a questa relazione, a questo rapporto di consumo, il tuo.
Alza la testa. Tu l’amasti e tu l’ami. Non hai dimenticato le sue labbra, i tuoi occhi chiusi me lo stanno dicendo. Il tuo sorriso non mente, ha l’aria del fanciullo e del passerino di allora.
Bruci ancora, vero? Anche lei brucia.