La tua felpa, mia

La tua felpa grigia non l’ho buttata mai. La indosso sempre quando sono in casa; a volte, se fa freddo, anche prima di dormire. Ma quando lascio entrare qualcuno in camera, ecco che la tolgo subito e la ripongo nell’armadio, sì, la nascondo, perché come non ho mai voluto che guardassero negli spazi infinitesimali tra me e te, così non voglio che vedano la tua felpa grigia.
Adesso, quando la metto e mi guardo allo specchio, non scorgo più alcuna traccia di te e arrivo addirittura a considerarla mia: la chiamo la mia felpa anche se è tua, anche se pure tu l’hai sempre chiamata la tua felpa e nessuno tra i due ha mai avuto dubbi sul legittimo proprietario.
È logora e vecchia, ha le maniche slabbrate e l’interno del cappuccio infeltrito. Una volta ci ho rovesciato sopra qualcosa e allora il braccio destro è ricoperto di macchie giallognole che non vengono più via. Spesso ho tirato io stessa le cuciture per fare in modo che gli strappi fossero più netti, perché lo sai che mi dà fastidio vedere i fili che ciondolano dai vestiti.
Ma è calda, è comoda, ed è tutto quello che ho di te, come nella canzone di De Gregori che ascoltavamo sempre in terrazza e che provavi a rifare con la chitarra. A pensarci bene, ho anche la canzone. Ho tutte le canzoni che hai suonato, pure mentre dormivo e non le sentivo. Ci sono i libri e la tua calligrafia illeggibile sulle prime pagine perché dicevi che un libro senza dedica non è un regalo. A certe piccolezze testarde non si rinuncia mai del tutto, come anche ai tentativi di cancellare l’amarezza pur restando ancorati alla nostalgia. Ma a differenza dei ricordi veri, che tengo a distanza perché pungenti, la tua felpa è vicina e palpabile, la indosso adesso, e al tatto ha una morbidezza che il pensiero non può trasmettere.