Ti piace la festa? – Michela Pagni

Robi diceva che era stata colpa della voce. Ripeteva sempre la stessa cosa, da dieci minuti. E voleva farla star zitta quella voce. Ma era anche vero che gli dava il tempo: uno-due, uno-due. E se si concentrava sul ritmo durava di più.
Poi lei era mezza nuda, cazzo.
Massi diceva che lei faceva “No no no” ma sembrava dicesse “Sì sì sì”. Erano i suoi occhi che lo dicevano, ma anche la bocca e il tatuaggio a forma di ostrica e tutto, insomma. Tutta questa roba era lì e lo guardava supplicante come un cucciolo affamato. E lui quel cucciolo lo voleva salvare, Sono un animalista, diceva, di quelli veri, di quelli che se trovo un animale abbandonato lo prendo e lo porto via.
Lo porto via.
Tania invece diceva che pensava al mare. Ogni colpo un’onda la sollevava in alto e poi di nuovo giù. Teneva gli occhi chiusi, Tania. E la bocca. Per l’acqua, diceva. L’acqua salata le fa pizzicare gli occhi. E la gola. Non provava dolore. Non provava niente. Solo, a volte, sentiva il duro del muro dietro la testa. A un certo punto si era come allontanata e aveva pensato a quei film dove ci si stacca dal corpo e si vede la scena dall’alto. Aveva sempre sognato di vedersi dall’alto, schiacciata al suolo come una cimice, con il naso e le tette che sporgevano un po’, e i piedi, e i capelli allargati e liberi come fumo.
Amir invece diceva che uno in più o uno in meno era uguale. Diceva anche che almeno così non doveva parlare, cioè, parlare parlava, ma nella sua lingua, e se lei non capiva pazienza. Mica come le altre che pretendevano l’Italiano anche mentre scopava, quando lui non si ricordava nemmeno dov’era.
A un certo punto l’aveva chiamata col nome di sua moglie, ma l’aveva fatto solo una volta quando stava per venire.
Tania diceva che non gridava perché sennò l’ammazzavano. Continuava solo a dire la stessa parola, come un mantra. Ma sempre più piano perché sennò le portavano via anche quella. E quella parola era sua. Sua e basta. Se l’era portata in alto, sulle onde di Tsunami, e alla fine le si era fusa nel cervello e mescolata assieme a tutta quell’acqua. La parola era “Mamma” e lei lo sapeva che non era neanche tanto originale.
Diceva che all’inizio non sopportava l’alito. E il sudore. Uno di loro, quello straniero, puzzava di falafel. Quello biondo invece sapeva di Nutella e di aglio. Un altro di birra doppio malto. Tania diceva pure che li avrebbe riconosciuti dall’odore perché le facce non se le ricordava. Che a un certo punto aveva chiuso gli occhi. Per via dell’acqua, diceva. Che era salata e l’acqua salata le fa pizzicare gli occhi. Che poi le rimangono rossi per tutto il giorno. E a volte anche per il giorno dopo.
Il Fabri diceva che ultimamente gli veniva duro solo a guardare. E che pensava di dare una sbirciatina e poi di andare a farsi una sega nel bagno. Era stato Massi a convincerlo a restare. Che tanto si scherza, Fabri, e lei si diverte un casino, chissà quando le ricapita, Fabri.
Invece questa volta non gli s’era rizzato, anche se c’era stato tanto a guardare. E aveva dato colpa alla coca.
Tania diceva che poi era arrivata un’onda così grossa che l’aveva lanciata su una nuvola.
E si era vista dall’alto, schiacciata al suolo come una cimice, con il naso e le tette che sporgevano un po’, e i piedi, e i capelli allargati e liberi come fumo.
Cercavo il guardaroba.
A destra del bancone del bar. A sinistra del bagno. Prima dell’uscita. Lungo il corridoio con gli specchi blu. Alla fine avevo aperto una porta ed ero entrata. Quattro ragazzi. Ridevano. Uno aveva in mano una birra scura. Un altro era sopra una sedia e pisciava fuori dalla finestra. Uno di colore mangiava qualcosa di unto da un sacchetto di carta unto.
Il quarto era dietro la porta. Quando ero entrata l’avevo quasi schiacciato contro il muro. Mi si era messo vicino e mi fissava. Avevo il cappotto in mano e me l’ero portato davanti al petto.
– Il guardaroba è lì – aveva detto quello con la birra indicando verso la finestra.
Avevo indietreggiato. Il tipo accanto mi si era messo alle spalle. Il rumore della porta che si chiudeva.
– Dove? Qui non c’è niente – avevo fatto io.
– Come non c’è niente? Fabri, smetti di pisciare e fai il guardaroba – aveva detto il ragazzo vicino alla porta.
Il ragazzo alla finestra era sceso dalla sedia e aveva alzato le braccia e una gamba.
– Così, Massi?
– Alza anche l’altra gamba, no?
Il ragazzo che mangiava aveva cominciato a ridere sputacchiando pezzetti di fritto qua e là.
– Come ti chiami? – mi aveva sussurrato in un orecchio il ragazzo che mi stava dietro – Ti piace la festa?